13 marzo 2011

Da Hiroshima a Fukushima: cambia la frontiera del realismo politico

di Pino Cabras – da Megachip


«Terremoto in Giappone, scatta l'allarme nucleare. Evacuate 2000 persone residenti vicino alla centrale di Fukushima. Umberto Veronesi mette a disposizione il suo giardino.» La fulminante battuta appare sul sito www.danieleluttazzi.it. Un terremoto terribile come quello giapponese, nel colpire al massimo grado un paese che porta in sé tutte le contraddizioni dello sviluppo più spinto, è un evento che parla a tutte le società e le fa riflettere sul loro futuro. Parla anche a noi in Italia. Il gravissimo incidente nucleare di Fukushima ci racconta ad esempio senza equivoci che la truffa del “nucleare sicuro” è una delle questioni più urgenti da smascherare. Con il referendum ne avremo l’occasione. L’attuale tecnologia nucleare non può ignorare la geologia, tra rischio sismico attuale e gestione plurigenerazionale delle scorie intrattabili.
Per la verità nessun sistema tecnologico in generale può ignorare la geologia. I giapponesi, convivendo con un suolo che glielo ricorda frequentemente, lo sanno meglio di altri. Un terremoto come quello dell’11 marzo 2011, in altre aree popolate del pianeta avrebbe provocato molti più lutti e devastazioni. La cultura simbolica e le pratiche materiali della società nipponica sono invece caratterizzate da una grande attenzione ai cicli della natura. Le istituzioni dell'epoca Tokugawa (1603-1867) avevano capito ad esempio che la deforestazione era un problema gravissimo e seppero imporre il divieto di tagliare indiscriminatamente gli alberi, incentivando invece la riforestazione e trasformando l’arcipelago in uno dei territori ancora oggi meglio tenuti al mondo, nonostante abbia una densità di popolazione elevatissima. grandeondahokusaiÈ dell’epoca Tokugawa anche “La grande onda presso la costa di Kanagawa” l’opera più nota di Katsushita Hokusai e forse l’emblema più rappresentativo dell’arte figurativa giapponese. Fu stampata per la prima volta negli anni trenta del XIX secolo, circa 180 anni fa, ma non sto a dirvi perché si dimostra ancora attualissima, nei giorni dello tsunami.
Nel quadro vediamo l’impeto della natura yin mentre viene respinto dallo yang della serena fiducia dei pescatori, piccoli e miseri dentro la cavità invincibile dell’onda, eppure rassegnatamente esperti. Non si oppongono all’onda, adattano il movimento delle loro fragili imbarcazioni. Sanno che l’opera umana è segnata da una «impermanenza». È un esile interstizio di vita fra la massa fluttuante del mare e lo sfondo del vulcano, entità a loro modo mobili, terribilmente mobili, ma permanenti.
I giapponesi serbano molte pratiche di vita legate a questi equilibri, ma essendo tra i maggiori protagonisti dello sviluppo industriale degli ultimi 150 anni, le hanno diluite nelle contraddizioni inconciliabili di quella crescita che pretende troppo dalla madre Terra. Così accade che magari i cittadini del Sol Levante si tengano sì strette le immense foreste di Hokkaido, uguali oggi a quando Tokyo si chiamava ancora Edo, ma che creino gli incanti zen dei rivestimenti in legno delle loro case a spese delle foreste indonesiane. E accade che il trauma di Hiroshima e Nagasaki si sia tradotto nella ricerca di standard di sicurezza nucleare superiore ad altri paesi, e nondimeno fallibili.
Solo che la soglia superata a Hiroshima nel 1945 ha cambiato la scala della razionalità e del realismo. Quella non era più la natura indomabile con cui trovare un equilibrio: era la volontà di potenza del vecchio homo sapiens, la vecchia bestia territoriale, violenta e deforestatrice, ormai in grado di distruggere tutto il mondo.
Noi italiani non siamo certo in grado di dare lezioni ai giapponesi. Nel parlare del nostro Paese, il drammaturgo Marco Paolini afferma che è un paese montagnoso che ha di sé stesso un'immagine di pianura. E che perciò è afflitto da un equivoco della sua identità spaesante e devastatore, predisposto a una catena fatale di calamità del territorio, tutte quante originate da una specie di scriteriata e testarda rimozione della reale natura del nostro suolo. L’identità delle classi dirigenti è interamente modellata da questa concezione del territorio. Mi ritrovo in quanto hanno scritto tempo fa Marino Badiale e Massimo Bontempelli: « C’è bisogno di scegliere quali opere costruire secondo la logica di evitare il consumo ulteriore del territorio e di proteggerne l’integrità, concentrandosi sulla manutenzione costante e sui piccoli aggiustamenti delle infrastrutture esistenti, e bloccando quindi tutte le cosiddette grandi opere, che servono soltanto a mettere in moto appalti, tangenti e corruzione, spesso a vantaggio delle mafie».
Se dopo Hiroshima è cambiato il metro che misura ciò che è davvero realistico in politica, dopo Fukushima (se non era bastata Chernobyl) cambia il criterio di giudizio su ciò che è realistico nell’economia. Le “grandi opere” appaiono improvvisamente ancora più insensate. Il Mose di Venezia, la Tav della Val di Susa, il Ponte sullo Stretto, il ritorno al nucleare, i nuovi grattacieli milanesi, la bretella autostradale della Gronda, e altro ancora, tutte opere inutili e dannose, ciascuna da miliardi di euro, dovrebbero fare inorridire una classe dirigente seria. Invece abbiamo una Casta, senza però le illuminazioni degli Shogun, che almeno avevano un’idea del bene comune.

3 marzo 2011

I satelliti russi: la piazza libica non ha subito alcun raid aereo

di Pino Cabras – da Megachip.


Le immagini del suolo libico, viste dallo spazio russo, smentiscono una delle leggende mediatiche di questi giorni, ossia i bombardamenti aerei sulla folla dei manifestanti. Ci sono ancora organi d'informazione importanti che ripetono questa storia regalando brividi di orrore a milioni di persone. Il pretesto per l’«intervento umanitario» in questi giorni parte sempre dalla traccia di una strage mai vista. I militari russi sostengono che questi ipotetici raid aerei ordinati da Gheddafi contro gli oppositori in piazza non sono invece avvenuti.
Lo affermano addirittura al livello dei capi di stato maggiore riuniti: dalla grande mole di immagini satellitari registrate nel corso della crisi non hanno ricavato una sola traccia dei bombardamenti, gli atroci raid raccontati senza prove da tutto il mainstream occidentale e dalle principali catene televisive arabe.


L’analisi condotta a Mosca, unitamente alle robuste controprove che sul web hanno subito smontato la bufala delle fosse comuni, getta una luce inquietante sulle manovre - anche mediatiche - intorno alla crisi del regime libico.
La corrispondente di Russia Today Irina Galushko riferisce in particolare che i supposti raid del 22 febbraio su Bengasi e Tripoli, ampiamente enfatizzati da BBC e Al-Jazira, non sono stati registrati dai capi militari che esaminavano le immagini raccolte dai satelliti russi
Va detto che nessuno dubita che le forze fedeli a Gheddafi stiano usando anche bombardamenti aerei nei combattimenti che avvengono su scala militare con i ribelli armati nella parte orientale del paese. Altra cosa è invece ripetere pappagallescamente l’affermazione dei primi giorni della crisi, secondo cui Gheddafi usava uno sbrigativo metodo Guernica contro chi protestava in piazza. La sproporzione fra la diffusione delle voci sui “diecimila morti” e le verifiche sul campo è stata massima.
Forze potenti, all’ombra dei prelibati pozzi di petrolio libico, stanno lottando per piegare gli avvenimenti ai loro interessi. Una crisi dell’Impero – questo è anche l’arco di instabilità che si sta aprendo in Nord Africa – è comunque affrontata con spregiudicatezza imperiale. Conteranno certamente i consiglieri militari già sguinzagliati lungo tutto il mosaico etnico della Libia (chissà quanti di loro sono reduci delle guerre jugoslave degli anni Novanta). E conterà, prima di loro e sopra di loro, l’uso massiccio dei media, scatenati a far lievitare il giusto climax per far accettare le stragi. Quelle vere, quelle delle “guerre umanitarie”.

25 febbraio 2011

Romania, Iraq, Kosovo... Libia: nelle fosse comuni si seppellisce la verità

di Marco Santopadre - Radio Città Aperta


Di che paese si parla nelle citazioni tratte da due importanti quotidiani italiani?
“...Ieri sono arrivate altre conferme delle manifestazioni che sabato e domenica hanno sconvolto le città di * e * che sarebbero state represse nel sangue dalla polizia con l'appoggio dell'esercito” (Corriere della sera **/**/****) e ancora “...Fonti dell'opposizione interna parlano di scontri violentissimi e di 300 morti...” (La Repubblica).
Semplice, risponderete voi. Della Libia! Negli ultimi giorni notizie di stragi, di bombardamenti aerei sui manifestanti e sui civili inermi, di possibile uso delle armi chimiche contro la popolazione che si oppone al regime di Gheddafi, di stragi di medici e di feriti negli ospedali, di colonne di migliaia di profughi in fuga dai combattimenti e dagli eccidi bombardano le opinioni pubbliche occidentali e, quindi, anche italiana.
Torniamo alle citazioni di cui sopra: non si riferiscono a quanto sta accadendo in Libia, bensì a quanto stava – secondo i media internazionali – accadendo a Timisoara e ad Arad ai tempi delle rivolte contro Ceaucescu, nel 1989.
L’episodio che più impatto ebbe sull’opinione pubblica italiana e occidentale fu il ‘massacro di Timisoara’ del Natale del 1989. Per giorni si parlò di un vero e proprio eccidio costato la migliaia di civili inermi, passati per le armi dalle truci milizie del regime nella città romena, e le immagini di ‘migliaia’ di cadaveri sepolti in una ‘fossa comune’ fecero più volte il giro del mondo diventando il simbolo di quanto accadeva in uno dei paesi dell’Europa orientale che si stava liberando dall’odiato comunismo di stampo sovietico. Ad un certo punto comparve anche un filmato che mostrava i primi corpi riesumati con evidenti tracce di “torture spaventose”; i cadaveri avevano in comune un taglio malamente ricucito che andava dal collo all'inguine...
Il presunto eccidio del Natale del 1989 a Timisoara, ‘incontrovertibilmente vero’ in quanto raccontato dalle tv e dai giornali di tutto il mondo con ‘testimonianze particolareggiate’ ed immagini a profusione, in poche settimane venne smascherato e divenne una delle bufale più inquietanti nella storia del giornalismo.
I cadaveri ritratti erano solo 13 ed erano morti di morte naturale. I segni delle torture erano in realtà conseguenza delle autopsie praticate da un medico legale. Niente stragi, niente fosse comuni. Il 24 gennaio del 1990 una tv tedesca e la France Press denunciarono la messa in scena: “Tre medici di Timisoara hanno affermato che i corpi di persone decedute in modo naturale sono stati prelevati dall'istituto medico legale e dall'ospedale per essere esposti alle telecamere come vittime della Securitate”.
Ma l’industria internazionale delle bufale non si diede per vinta, avendo sperimentato la facilità con cui qualche agenzia di stampa e qualche fotoreporter possono di punto in bianco, in assenza di prove e di conferme incrociate, creare un caso e mobilitare le opinioni pubbliche. E quindi fornire ai governi e agli Stati Maggiori di Washington e dell’Unione Europea il là per potersi imbarcare in bombardamenti umanitari, invasioni preventive, occupazioni democratiche. Paradossalmente la censura, la verve propagandistica parca di notizie e il dilettantismo tipici dei media del paese preso di mira dalla ‘disinformatia’ contribuiscono a concedere credibilità alle esagerazioni e alle invenzioni prodotte con maestria professionale dall’industria internazionale della menzogna.
Scrive Federico Povoleri in un pezzo dedicato ai meccanismi della disinformazione:
“Le cose da considerare in questa storia sono allo stesso tempo importanti e quasi incredibili:
1) La capacità di raggiungere in pieno un obiettivo di disinformazione a livello internazionale;
2) L'accettazione acritica da parte dell'opinione pubblica di notizie che mancavano di fonti certe e attendibili;
3) L'incredibile capacità di penetrazione della notizia che crebbe a dismisura attraverso leggende e false notizie di supporto;
4) La dimostrazione di quanto un'informazione manipolata possa trasformare o addirittura costruire la realtà.”
Il modello, sperimentato con successo in Romania, venne infatti utilizzato di nuovo, ed in grande stile, per altri quadranti del globo dove la sete di petrolio e di territori da conquistare imponevano sanzioni prima e interventi militari poi.
Vi ricordate le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, con i giornali che svelavano una compravendita di materiale radioattivo con un piccolo e sconosciuto paese africano mai avvenuta? Giornalisti affermati affermavano che nel Kuwait occupato i soldati iracheni al servizio di Saddam Hussein uccidevano i neonati nelle incubatrici
Prima ancora la fabbriche delle menzogne aveva funzionato egregiamente per giustificare i bombardamenti sulla Serbia e l’invasione della provincia del Kosovo. Si cominciarono a descrivere con dovizia di particolari le esecuzioni sommarie, le colonne di profughi bombardati dai caccia (questo avveniva davvero, solo che i caccia erano quelli della NATO decollati dalle basi militari italiane...), gli stupri di massa contro le donne kosovare, i villaggi distrutti.
Siccome le opinioni pubbliche si dimostravano ancora troppo tiepide nei confronti di un intervento militare di terra, si cominciò a parlare di milioni di profughi in pericolo di vita, di eccidi indiscriminati, di pulizia etnica. A invasione conclusa le squadre forensi della FBI e della Polizia spagnola, inviate in Kosovo a caccia delle fosse comuni dove sarebbero stati sepolti decine di migliaia di civili kosovari, non ne trovarono, ma si imbatterono nei campi di prigionia e nelle sale della tortura allestite dai ‘liberatori’ dell’UCK, riconvertitisi nel frattempo nei nuovi padroni della provincia sottratta a Belgrado. (Vi consigliamo la lettura dell’articolo ‘La bufala delle fosse comuni in Kosovo. Assordante silenzio degli invasori ‘umanitari’, di John Pilger).
A quanto pare le smentite e le prove della manipolazione delle opinioni pubbliche da parte dell’industria della guerra non sono servite a molto. Oggi, di fronte a ciò che accade a Tripoli, il meccanismo all’opera è sempre lo stesso e le opinioni pubbliche - soprattutto quelle più sensibili alle tematiche umanitarie e orientate a ‘sinistra’ - sembrano accettare le varie ‘informazioni’ riportate dai media senza porsi particolari domande sulla loro veridicità.
Che la maggior parte di queste siano precedute dal ‘sembra che…’, ‘si dice che...’, testimoni che vogliono rimanere anonimi affermano che…’ poco importa. Il meccanismo emotivo prende il sopravvento e rende alle cancellerie occidentali molto facile giustificare operazioni militari presentate come finalizzate a proteggere le popolazioni mentre in realtà mirano ad intervenire in territori dalle quali gli interessi dell’imperialismo erano stati esclusi od in parte limitati.
Paradossalmente sono spesso ingenue (o a volte prezzolate) Ong e associazioni di massa a pressare i governi affinché intervengano il prima possibile con sanzioni o interventi militari contro i regimi responsabili degli eccidi.
Nel caso della Libia milizie armate fino ai denti e ben organizzate vengono descritte come ‘manifestanti inermi’; non ci sono colonne di centinaia di migliaia di profughi che tentano di fuggire verso i paesi confinanti eppure la notizia continua a rimbalzare sui media italiani ed esteri; le cifre dei morti – che evidentemente comprende anche quelli di parte governativa – crescono iperbolicamente senza che se ne abbia nessuna conferma, e per giustificare che le strade non sono lastricate di cadaveri come detto nei giorni scorsi da alcuni ‘testimoni oculari’ via facebook o via twitter alcuni quotidiani hanno affermato oggi che i mercenari avrebbero scaricato i morti nel deserto gettandoli dagli aerei… Ma le prime crepe nel meccanismo della produzione di massa delle bufale di guerra cominciano ad aprirsi. E non solo sui media alternativi o più critici nei confronti del meccanismo dominante.
Oggi Il Manifesto riporta questa notizia:
“Su nostra sollecitazione si è avuta la smentita ufficiale della Corte Penale Internazionale che il signor Sayed Al Shanuka o El-Hadi Shallouf non figurano né come impiegati né come responsabili di organi della Corte Penale Internazionale. Si tratta di un gravissimo episodio di disinformazione poiché da tali individui era stata fatta arrivare tramite la Tv Al Arabiya la notizia di 10 mila morti e di 50 mila feriti”.
La denuncia, incredibilmente, arriva da alcuni esponenti del Partito Radicale, in prima fila nel chiedere un intervento deciso dell’Europa contro Gheddafi… Possibile che nessuno a Rainews 24, che ha dato per due giorni in tutti i suoi notiziari questa cifra sulla vittime, si sia preoccupato di verificarne la veridicità? Possibilissimo…
Anche sui tanto sbandierati bombardamenti aerei sui civili nei quartieri di Tripoli e Bengasi, più volte smentiti dagli italiani arrivati in Italia dalla Libia in questi giorni e da numerosi testimoni - questa volta forniti di nome e cognome - qualche dubbio ce lo ha anche il corrispondente de La Repubblica. Inoltre sul quotidiano in edicola oggi scrive l’inviato a Tripoli Salvatore Nigro : “Un libico (...) guardando le foto delle fosse in cui sono state sepolte alcune delle vittime dice: “Non è una fossa comune, è uno dei cimiteri di Tripoli vicino al mare, si vedono anche le sepolture più vecchie sullo sfondo”. Ma ormai è chiaro: nella guerra contro Gheddafi ci sono delle notizie diffuse senza controllo, rilanciate e trasformate in fatti veri”…
Dicendo questo non vogliamo assolutamente negare la gravità di quello che sta accadendo a Tripoli: in Libia sono in atto cruenti combattimenti tra due fazioni delle classi dirigenti all’interno di un sistema tribale che la rivoluzione di Gheddafi, degradatasi da anni in dittatura personale e famigliare, non è riuscita a scalzare.
Come accade spesso nelle zone di guerra i civili sono i primi a fare le spese della violenza.
Il problema è non lavorare, come si dice in questi casi, per il ‘re di Prussia’, avallando un intervento militare e neocoloniale contro il popolo libico - mascherato da operazione umanitaria - che rappresenta esattamente il contrario rispetto a quelle aspirazioni alla libertà, alla democrazia e alla giustizia sociale che stanno animando le rivolte dei popoli e dei lavoratori in tutto il Maghreb e nella penisola arabica.

Fonte: http://www.radiocittaperta.it/index.php?option=com_content&task=view&id=5985&Itemid=9.

7 febbraio 2011

Berlusconi Mubarak Porno Horror

di Pino Cabras – da Megachip.

Orrore in Egitto. Non è il titolo di un film splatter su qualche mummia antica, ma il primo commento che mi viene da fare ora che guardo le immagini riprese dai videofonini dei manifestanti, tragiche sequenze che documentano l’Egitto odierno. Vedo camion e camionette correre in mezzo alla folla, travolgere i manifestanti e proseguire la corsa incuranti dei corpi falciati. Ma la pornomummia di Arcore dice che Mubarak è un uomo saggio, anzi, il più saggio di tutto il Medio Oriente.
Mi chiedo dove stia la saggezza in grado di «assicurare una transizione ordinata», dopo una repressione così crudele, odiosa e documentata. Vedendo queste immagini, noi sappiamo che non ci può essere in capo a Mubarak nessuna credibilità, nessuna legittimazione che non sia quella del terrore. Mubarak e Berlusconi sono andati al potere quando le videoriprese erano prerogativa professionale di poche organizzazioni a loro vicine. Oggi gli apparecchi sono ovunque. Mentre l’uno scatena la sua hybris poliziesca e l’altro la sua libido decrepita, non si accorgono dei telefonini che li mostrano come re nudi, ognuno nudo a suo modo.


IL VIDEO DELLA REPRESSIONE (ATTENZIONE, IMMAGINI CHE POSSONO DISTURBARE):
http://tv.repubblica.it/dossier/egitto-caos/le-camionette-travolgono-i-manifestanti/61373?video.

venerdì 4 febbraio 2011, ore 16: 59 egiziane. Al Jazeera infierisce: "Mubarak non ha più alcun sostegno diplomatico, a parte il bizzarro presidente del governo italiano"

17 gennaio 2011

Il Lord che racconta riciclaggi e strani benefattori

di Pino Cabras - da Megachip.


Misteriosi miliardari salva-Stato, riciclaggio di denaro per terroristi: un bel catalogo. Era il primo giorno di novembre del 2010. Nell'aula austera della Camera dei Lord non si respirava l'aria di Halloween. Ma lì più che altrove non era un giorno come un altro. Il discorso parlamentare di tale Lord James of Blackheat, dai contenuti davvero clamorosi, è stato quasi ignorato dai media (un fugace pezzo del Guardian e poco altro). I cronisti parlamentari non credevano alle loro orecchie, e allora hanno preferito non rilanciare, né fare domande: tutto il mondo è paese. La storia è quasi dimenticata. YouTube però non faciliterà l'oblio.

Di cosa parla Lord James? Il nostro nobiluomo, in pieno ed evidente possesso delle sue facoltà, compresa una robusta dose di humour britannico, parla di una misteriosa fondazione X che ha messo a disposizione 22 miliardi di sterline senza interessi, per aiutare l'economia del Regno Unito in difficoltà.  En passant, il Lord rivela che in passato ha riciclato denaro in favore dell'IRA per miliardi di sterline. Il video con tutto il discorso è stato tradotto in italiano:



http://il.youtube.com/watch?v=jb6kaQ7LRto

La questione merita qualche riflessione e approfondimento, per usare un eufemismo. Diciamo pure che non sto credendo alle mie orecchie, ma devo proprio credere loro.
Qual è il vero nome della Fondazione X? Chi è? E' lo IOR? Oppure una superbanca che non c'entra nulla con il Vaticano? Perché il Lord parla così apertamente di argomenti così gravi? C'è qualche enorme ricatto in ballo, per condizionare comportamenti di governo? Perché i media tacciono?
Non ci sono risposte convincenti, per ora. Ci limitiamo a divulgare il caso.

Un sistema di comunicazioni in backup è stato 'miracolosamente' attivato in “modalità di esercitazione” e reso pronto all'uso per l’11 settembre

da shoestring911.blogspot.com . – con commento aggiuntivo in fondo all’articolo

Traduzione a cura di Pino Cabras per Megachip.




Una rete speciale di backup che consente alle comunicazioni tra le agenzie governative e militari di poter continuare durante le emergenze fu "miracolosamente" messa in funzione il giorno prima dell’11/9, ed era pertanto già operativa quando gli attacchi terroristici a New York e al Pentagono hanno avuto luogo. Lo Special Routing Arrangement Service (SRAS) è stato, per ragioni sconosciute, attivato in "modalità di esercitazione" il 10 settembre 2001, ed era quindi pronto per essere utilizzato il giorno seguente, quando c'è stata una emergenza nazionale del rango di quelle per cui era stato previsto.
Il sistema SRAS è sotto la responsabilità di un ente governativo poco conosciuto chiamato National Communications System (NCS), che lavora per mantenere in funzione le telecomunicazioni critiche durante le emergenze e ha svolto un ruolo cruciale nella risposta del governo agli attentati dell'11/9, contribuendo a mantenere e ripristinare le reti di comunicazione. Inoltre, il sistema SRAS è legato alla "Continuità di Governo" - un piano che è stato attivato per la prima volta durante gli attacchi.

SRAS ATTIVATO IN “MODALITÀ ESERCITAZIONE” IL 10 SETTEMBRE.
Brenton Greene, che alla data dell’11 settembre era direttore dell’NCS, dichiarò alla Commissione sull’11/9 che il 10 settembre 2001, «miracolosamente, il sistema SRAS è stato attivato in modalità di esercitazione e così è stato in grado di funzionare nel corso dell’11 settembre.»
Pertanto, quando l’NCS è stato incaricato di assistere la risposta del governo agli attacchi terroristici, il sistema «SRAS era già in modalità esercitazione e operativo». [1]
Il sistema SRAS supporta il piano supersegreto di Continuità di Governo (COG), che ha il compito di mantenere il governo funzionante nel caso di un attacco agli USA. [2]
Il coinvolgimento dell’NCS nella COG era uno dei tre programmi principali dell'agenzia. Come Greene ha riferito alla Commissione sull’11/9,
«Il principale sistema di comunicazione del Paese deve essere tenuto in funzione o nessuno potrebbe comunicare.» [3]
Il sistema SRAS fornisce «un tramite per la continuità delle operazioni, fornendo agli utilizzatori finali a livello federale e della difesa i collegamenti comunicativi in grado di sopravvivere sulla rete pubblica», a quanto si legge su una pubblicazione del Dipartimento della Sicurezza Interna. [4]
Nel descrivere presumibilmente il sistema SRAS, Greene ha dichiarato alla Commissione sull’11 settembre: «C'è una rete separata che collega il Centro di Coordinamento Nazionale e i vettori più importanti e le reti con le caratteristiche di un backup.» (Il Centro di Coordinamento Nazionale, che si trova ad Arlington, in Virginia, è il "braccio operativo" del NCS). Questa rete «ha dimostrato il suo valore di link separato alla data dell’11/9, perché ha coordinato l’uso delle reti tra i Network Operations Centers, mentre la rete [delle telecomunicazioni] era satura.»
Inoltre, descrivendo a prima vista ancora il sistema SRAS, Greene ha detto: «Nella situazione in cui la Continuità di Governo viene messa in campo» - come è avvenuto l’11 settembre - «c'è un sistema di comunicazione in cui nessuno può rintracciare il sito della chiamata su entrambi i capi del filo.» [5]

L’NCS ERA COINVOLTO IN UN ESERCITAZIONE ADDESTRATIVA IN PIENO 11 SETTEMBRE?
Greene a quanto pare non ha detto alla Commissione sull’11/9 perché il sistema SRAS fosse stato attivato nella modalità "esercitazione" il 10 settembre. Ma una possibile spiegazione che deve essere indagata è che l’NCS fosse stato programmato per partecipare a un'attività di formazione per l’11 settembre. Sappiamo che l’NCS era, nel 2001, parte del Dipartimento della Difesa. [6]
E si sa che diverse agenzie militari statunitensi stavano conducendo esercitazioni la mattina dell’11 settembre. Per esempio, il North American Aerospace Defense Command (NORAD) stava conducendo la sua esercitazione annuale, "Vigilant Guardian," [7] mentre il Comando Strategico degli Stati Uniti (Stratcom), stava tenendo la sua esercitazione annuale "Global Guardian". [8] Può essere che l’NCS abbia partecipato a una di queste, o ad altre esercitazioni?
Inoltre, merita una menzione il fatto che con inizio alle ore 08:00 dell’11 settembre, alcuni rappresentanti della CIA tennero una conferenza informativa in favore dell’NCS presso «una struttura sicura fuori Washington, DC», dove discussero la minaccia che i terroristi internazionali ponevano all’infrastruttura delle telecomunicazioni dell’America. Assieme a Brenton Greene, al briefing erano presenti i rappresentanti di altre sette agenzie federali e più di 40 società tecnologiche e delle telecomunicazioni. I rappresentanti del settore privato erano tutti «dirigenti di primo piano delle rispettive società, e tutti avevano i nulla osta di sicurezza del governo che garantiva loro l'accesso ai dati di intelligence più sensibili» relativi a minacce alle infrastrutture di telecomunicazioni della nazione, secondo il giornalista e scrittore Dan Verton.
Gli argomenti trattati durante il briefing comprendevano la crescente minaccia terroristica alle infrastrutture delle telecomunicazioni, le capacità di guerra informatica delle nazioni straniere, e la possibilità di un cyber-attacco strategico su infrastrutture critiche degli Stati Uniti, commesso da una nazione straniera o da un gruppo terroristico. [9]
Considerando che lo Special Routing Arrangement Service dell’NCS era stato attivato in modalità "esercitazione" il giorno precedente, e considerando gli argomenti che furono discussi, questo briefing potrebbe essere stato un'introduzione a un esercitazione di addestramento, che forse preparava i partecipanti a uno scenario basato su un attacco simulato contro la rete delle telecomunicazioni?

LA CONTINUITÀ DI GOVERNO È STATA ATTIVATA PER LA PRIMA VOLTA L'11 SETTEMBRE.
La Continuità di Governo è un programma che risale alla guerra fredda, e mira a garantire che il governo continui a funzionare in caso di un attacco contro gli Stati Uniti. Durante gli anni ottanta era organizzato per un possibile attacco nucleare da parte dell'Unione Sovietica, ma nel corso degli anni novanta si è focalizzato invece sulla possibilità di un attacco terroristico negli Stati Uniti
Considerando che il sistema SRAS supporta la COG attraverso «la fornitura di collegamenti di comunicazione in grado di sopravvivere agli utilizzatori finali a livello federale e della difesa», vale la pena notare che sofisticati metodi di comunicazione hanno svolto un ruolo importante nel programma COG. Negli anni ottanta, per esempio, gran parte del suo bilancio di centinaia di milioni di dollari «veniva speso per avanzatissimi apparati di comunicazione che avrebbero consentito alle squadre [coinvolte nella COG] di avere conversazioni sicure con i comandanti militari statunitensi», a quanto afferma il giornalista e scrittore James Mann.
Per di più, tre delle figure chiave del programma durante gli anni ottanta e novanta ricoprivano posizioni critiche nel governo USA, l'11 settembre. Questi individui - Dick Cheney, Donald Rumsfeld, e Richard Clarke - erano rispettivamente il vice presidente, il segretario della difesa, e il consigliere antiterrorismo della Casa Bianca, al momento in cui gli attentati si verificavano. [10]
David Addington, consigliere legale di Cheney nel 2001, era anche coinvolto nel programma COG. [11]
Va anche notato che il piano COG è stato attivato, di fatto per la prima volta, nel corso degli attentati dell’11/9. Richard Clarke ha affermato di aver dato l'ordine di attivarlo all’incirca alle ore 09:45 dell’11 settembre, o poco dopo.[12]
Ha dichiarato alla ABC News: «La mattina dell’11/9, l’intero programma di Continuità di Governo è stato attivato. A ogni agenzia federale è stato ordinato ... di attivare una postazione alternativa di comando, una sede alternativa al di fuori di Washington, DC,. e di dotarla di personale non appena possibile». [13]
Considerando che il sistema SRAS è destinato a sostenere il programma COG, era comodo - per non dire altro - che esso risultasse già operativo alla data dell’11 settembre e quindi immediatamente pronto per essere utilizzato da coloro che risultavano coinvolti nella COG al momento in cui il piano veniva attivato.

LA RISPOSTA CRITICA DELL'NCS AGLI ATTENTATI DELL'11/9.
Il National Communications System, che è responsabile per lo Special Routing Arrangement Service, è un'agenzia di dimensioni relativamente piccole, istituita nel 1963 al fine di fornire un migliore supporto del sistema delle comunicazioni alle funzioni governative cruciali durante le emergenze. [14]
Intorno al momento degli attentati dell’11/9, contava su 22 agenzie federali, 100 addetti civili a tempo pieno, e 10 addetti militari. [15]
L’NCS ha svolto un ruolo fondamentale a seguito degli attentati dell’11/9, quando la distruzione causata da questi attacchi divenne quel che Brenton Greene ha definito «la sfida più significativa che il National Communications System avesse mai affrontato.» [16] In collaborazione con aziende private, che «hanno rapidamente assemblato un livello senza precedenti di risorse a livello nazionale, statale e locale a sostegno degli sforzi di risposta e di soccorso.»
Presumibilmente, le opere di emergenza dell’NCS hanno beneficiato del fatto che il sistema SRAS fosse già operativo quando gli attentati hanno avuto luogo.
Come delineato in precedenza, il sistema SRAS è legato al piano di Continuità del Governo. In particolare, in risposta agli attentati, il Centro di Coordinamento Nazionale dell'NCS operò in quattro siti, che comprendevano un «sito di continuità delle operazioni a distanza». [17] E Greene ha dichiarato di essersi recato al suo «sito di Continuità di Governo», dove il personale operò tutto il giorno per monitorare lo stato della rete di telecomunicazioni, e coordinare le priorità e le riparazioni.» [18]

AGENZIE GOVERNATIVE HANNO INCONTRATO PROBLEMI DI COMUNICAZIONE DURANTE L’11 SETTEMBRE
È stato riferito così poco in merito al National Communications System e allo Special Routing Arrangement Service, e sul ruolo svolto da ciascuno di essi durante l’11 settembre, che molte questioni cruciali rimangono senza risposta. Ad esempio, quali capacità fu in grado di consentire il sistema SRAS? E che uso se ne è fatto in data 11 settembre, prima, durante e dopo che gli attentati ebbero luogo? Perché il sistema SRAS fu messo in funzione nella modalità di esercitazione il giorno prima dell’11/9?
La necessità di una indagine sui ruoli dell’NCS e del sistema SRAS appare sempre più urgente alla luce del fatto che le difficoltà di comunicazione furono un problema significativo per le agenzie governative che rispondevano agli attentati dell’11/9.
In effetti, una relazione secretata sul dopo-azione «non dipinge un quadro favorevole sulle capacità globali del governo in materia di gestione delle crisi», secondo Dan Verton.
Un funzionario del governo ha affermato che «la nazione era “sorda, muta e cieca” per gran parte di quell’orribile giorno di settembre.» [19]
NOTE [1] "Memorandum for the Record: Interview of Brenton C. Greene." 9/11 Commission, March 16, 2004.
[2] House Select Committee on Homeland Security, The Department of Homeland Security's Information Analysis and Infrastructure Protection Budget Proposal for Fiscal Year 2005: Prepared Opening Statement of General Frank Libutti, Under Secretary for Information Analysis and Infrastructure Protection, Department of Homeland Security. 108th Cong., 2nd sess., March 4, 2004.
[3] "Memorandum for the Record: Interview of Brenton C. Greene."
[4] David M. Barron, J. M. Hickey, and Dan Bart, Communications: Critical Infrastructure and Key Resources Sector-Specific Plan as Input to the National Infrastructure Protection Plan. Washington, DC: Department of Homeland Security, May 2007, p. 106.
[5] "Memorandum for the Record: Interview of Brenton C. Greene."
[6] Ibid.
[7] "Conversation With Major General Larry Arnold, Commander, 1st Air Force, Tyndall AFB, Florida." Code One, January 2002; 9/11 Commission, The 9/11 Commission Report: Final Report of the National Commission on Terrorist Attacks Upon the United States. New York: W. W. Norton & Company, 2004, p. 458; William M. Arkin, Code Names: Deciphering U.S. Military Plans, Programs, and Operations in the 9/11 World. Hanover, NH: Steerforth Press, 2005, p. 545.
[8] Joe Dejka, "Inside Stratcom on Sept. 11 Offutt Exercise Took Real-Life Twist." Omaha World-Herald, February 27, 2002; Joe Dejka, "When Bush Arrived, Offutt Sensed History in the Making." Omaha World-Herald, September 8, 2002.
[9] Dan Verton, Black Ice: The Invisible Threat of Cyber-Terrorism. Emeryville, CA: McGraw-Hill/Osborne, 2003, pp. 135-139.
[10] CBS News, September 11, 2001; James Mann, "The Armageddon Plan." The Atlantic, March 2004; Howard Kurtz, "'Armageddon' Plan Was Put Into Action on 9/11, Clarke Says." Washington Post, April 7, 2004; "Worst Case Scenario: Secret Plan to Control U.S. Government After an Attack Went Into Motion on 9/11." ABC News, April 25, 2004; Andrew Cockburn, Rumsfeld: His Rise, Fall, and Catastrophic Legacy. New York: Scribner, 2007, pp. 84-88.
[11] Jane Mayer, "The Hidden Power." New Yorker, July 3, 2006; Jane Mayer, The Dark Side: The Inside Story of How the War on Terror Turned Into a War on American Ideals. New York: Doubleday, 2008, p. 49.
[12] Richard Clarke, Against All Enemies: Inside America's War on Terror. New York: Free Press, 2004, p. 8; 9/11 Commission, The 9/11 Commission Report, p. 38.
[13] "Worst Case Scenario: Secret Plan to Control U.S. Government After an Attack Went Into Motion on 9/11."
[14] Dan Verton, Black Ice, p. 136; "Background and History of the NCS." National Communications System, n.d.
[15] Dan Verton, "At NCS, the Focus is on Telecom Preparedness." Computerworld, November 7, 2002.
[16] Dan Verton, Black Ice, p. 151.
[17] 40th Anniversary: Forty Years of Service to the Nation: 1963-2003. National Communications System, 2004, p. 56.
[18] "Memorandum for the Record: Interview of Brenton C. Greene."
[19] Dan Verton, Black Ice, pp. 150-151; see also "'Deaf, Dumb, and Blind': Were Communications Sabotaged on 9/11?" Shoestring 9/11, October 19, 2007.


Nota di Pino Cabras.

wargame11settIl promemoria qui sopra riportato in materia di esercitazioni legate all’11/9 si aggiunge ad altri numerosi casi di «war games» e simulazioni grandi e piccole condotte dalle agenzie di sicurezza statunitensi a ridosso dei mega-attentati: in genere sono state simulazioni ricchissime di punti di contatto con gli eventi in corso, al punto da interferire con essi. Ne abbiamo parlato più volte: una navigazione nella sezione “Zero 11 settembre” del sito Megachip offre molti esempi lampanti di questa complicata scena del crimine in cui si intrecciano giganteschi giochi di ruolo di interi apparati. Scena complicata sì, ma non incomprensibile, soprattutto se ci si inizia a fare domande sulla somiglianza dei «games» con quel che accadeva realmente. Si tratta di interrogativi che la maggior parte dei media ha sistematicamente evitato. La maggior parte dei grandi organi di informazione scongiura ogni minima luce su certe zone grigie, specie nel caso di importanti apparati governativi di cui traspare un ruolo nella macchina del caos e delle stragi. Il silenzio arriva fino a trascurare notizie eclatanti.
Spesso queste notizie hanno a che fare con la gestione delle linee su cui transitano i messaggi del potere, come nel caso analizzato da “Shoestring 911”.
Non dovremmo essere sorpresi di queste stranezze, né del silenzio che le circonda. Si prenda ad esempio un altro caso di stragismo, quello italiano, che chiamava in causa le risposte operative degli apparati investigativi e le risposte istituzionali delle più alte cariche dello Stato.
Uno dei fatti meno noti legati alla strage di Via Fani e al rapimento di Aldo Moro avviene il giorno prima, il 15 marzo 1978. La struttura dell’allora monopolista telefonico Sip, al tempo diretta dal piduista Michele Principe, fu posta in stato di allarme. Magistrati e dirigenti della Digos lamentarono una «totale non collaborazione» della Sip durante il sequestro e la prigionia di Moro. L’area di via Fani, mentre veniva trucidata la scorta di Moro, era in pieno blackout. Nessuno poteva segnalare al telefono nulla di quanto accadeva. Decisivi tentativi di intercettazione telefonica predisposti durante i 55 giorni della prigionia di Moro furono bloccati con pretesti tecnici.
Come si scoprì quasi trent’anni dopo, la principale azienda telefonica italiana si è dotata di una struttura spionistica parallela che ha agito per decenni contra legem senza lasciare traccia, in stretto raccordo con strutture extralegali dei servizi segreti.
Di recente Carlo Azeglio Ciampi ha fatto una rivelazione subito svaporata nell’oblio dei media. Ciampi era presidente del Consiglio durante la primavera-estate 1993, quando ci fu una serie di attentati a Roma, Milano e Firenze.
Il 27 luglio 1993, notte delle esplosioni presso le basiliche a Roma e a via Palestro a Milano, Ciampi rivela che ci fu un puntuale blackout nei palazzi più importanti delle istituzioni italiane, e aggiunge: «ero a Santa Severa in vacanza, rientrai con urgenza a Roma di notte, accadevano strane cose: io parlavo al telefono con un mio collaboratore a Roma e cadeva la linea. Poi trovarono a Palazzo Chigi il mio apparecchio manomesso, mancava una piastra».
Tutte le accelerazioni recenti delle inchieste italiane sul 1992-1993 identificano precisi passaggi di copertura “statale” nell’esecuzione e depistaggio delle stragi. Il dirottamento delle inchieste passa spesso per l’uso accorto delle telecomunicazioni.
Lo scenario delle Telecom parallele, già gravissimo e sottovalutato in Italia, nel caso dell’enorme apparato “securitario” statunitense va moltiplicato per molti ordini di grandezza. Strutture opache, semiprivate ma coperte da strati di legittimazione (e ingenti fondi) pubblici, sono diventate via via più importanti, costose e letteralmente “incontrollabili”, come ha rivelato l’inchiesta “Top Secret America” pubblicata nel 2010 dal «Washington Post».
L’11 settembre 2001 questa entità esisteva già nel corpo degli apparati USA. Fu quel giorno che decise di diventare una metastasi.

16 gennaio 2011

Questo No è una grande forza

di Pino Cabras – da Megachip. Con videoeditoriale di Giulietto Chiesa.




L’energia del braccio Fiat è ancora abbastanza forte da non farsi fermare il bastone che impugna. Ha inflitto un’altra randellata, a Mirafiori dopo Pomigliano. Vittime i lavoratori sotto ricatto, quelli che hanno avuto lo straordinario coraggio di votare No all’«accordo estorsivo», così come quelli che hanno votato Sì a malincuore. Però, però... Il numero di chi resiste alla cancellazione dei diritti sta crescendo, e sta trovando alleanze sociali forti. Molti dirigenti del PD si erano già dichiarati pronti a salire sulla vettura del vincitore annunciato, intanto che presumevano di mettere il loro cappello su percentuali elevate del Sì. Da buoni Re Mida all’incontrario, finanche in questa votazione sono stati brutalmente ridimensionati. Il No, seppure sconfitto nell’urna, ha una forza cospicua, che darà un grande sostegno alla FIOM in vista dei prossimi appuntamenti, a partire dalla mobilitazione del 28 gennaio.
Diceva bene Giulietto Chiesa, mentre a notte fonda, durante lo spoglio, commentava a caldo i primi segnali della forza di questo No nei seggi collocati presso i reparti più esposti ai lavori usuranti: «quale che sia il risultato finale, ormai è chiaro che i lavoratori di Mirafiori ci dicono che l’Italia non è mai stata quella che ci hanno raccontato». Giorgio Meletti sul suo blog sembra condividere: «la classe dirigente di questo Paese, tutta insieme (locale e nazionale, politica e sindacale, di destra e di sinistra, di governo e opposizione, e naturalmente con Sergio Marchionne per l’occasione alla sua testa, non ha capito niente di che cosa hanno in testa gli italiani. La rumorosa minoranza Fiom si è trasformata di colpo, a mezzanotte, in una quasi maggioranza.» Ecco, una «quasi maggioranza» non è una maggioranza, innegabilmente. Però è una base su cui si può mettere valore aggiunto, in forma di due componenti essenziali: la prima – non sembri una categoria prepolitica - è la componente morale del coraggio e della dignità, che può abbattere persino le pavidità e i tradimenti degli ex referenti politici e sindacali fuggiti nel loro nulla; la seconda componente è quella della visione dei problemi economici globali, la sola dimensione che consentirà un’alternativa alla distruzione delle relazioni industriali e degli istituti democratici anche nella provincia italica.
Paolo Barnard scrive in proposito un articolo duro e visionario, un’invettiva disperata ancorché documentata, in cui dà dei polli anche agli operai e alla FIOM, perché si beccano su aspetti che ritiene marginali, mentre la sostanza della battaglia si gioca su altri tavoli: «Cosa dicono a voi le sigle QNX, Nvidia, Entune, Prius V hybrid, Microsoft Bing app, BlueLink in-car, Moustick, In-dash navigation? Vi dicono che fra una manciata di anni le Fiat saranno 80% Information Computer Technology e 20% metalmeccanica da far sbrigare a qualche robot. Riga. Voi, quelli con la tuta e due braccia e due gambe? Un ricordo della preistoria.» A queste condizioni - ricorda Barnard a chi crede a Marchionne e ai suoi bluff (buoni per qualche speculazione in borsa e non per improbabili espansioni del settore auto) - «voi perderete ogni singolo posto di lavoro, è già deciso ma non ve lo dicono». E invita a lottare per recuperare sovranità monetaria, come altri hanno fatto di fronte a queste sfide, perché è lì che si sposta il potere, il lavoro, la base economica delle formazioni sociali.
Al di là dei toni duri, l’invito di Barnard ad aggiornare la battaglia ha una sua verità interna che va colta per non sprecare proprio una cosa che invece lui sottovaluta: ossia l’esistenza, la consistenza e – prevedo – la persistenza di una grande forza sindacale, politica e morale, quella che si è cementata intorno alla FIOM e le più piccole entità sindacali resistenti, che diventa maggioranza fra chi manovra i macchinari.
marchionneapeNon c’è da aspettarsi nulla da Marchionne che, secondo Chiesa, è il «rappresentante della scimmia che pilota l'aereo verso il disastro.»
E intanto tremano le vene ai polsi di fronte al compito di FIOM, che fa il mestiere del sindacato, ma che per poterlo fare bene si trova nella necessità di dover pensare in grande, anche se non è attrezzato per una supplenza : gli scenari finanziari, la fine della crescita, la divisione internazionale del lavoro, le alleanze sociali, i referenti politici.
Assisteremo a questo sforzo di aggiornamento. Ma nel frattempo si parte dalla speranza. Dalle fabbriche torinesi hanno preso il via in altri momenti della storia italiana alcuni segnali molto forti. Nel marzo 1943, in piena guerra, con la polizia segreta di Mussolini e i soli sindacati fascisti dentro le fabbriche, esplosero a sorpresa grandi scioperi contro le condizioni di lavoro e di salario che andavano peggiorando. Non c’era ancora nessuna vittoria sindacale, la guerra sarebbe durata oltre due anni ancora, fra lutti e tempi di ferro e fuoco. Però si segnò un passaggio politico e morale che infuse coraggio a molti, fino a combattere contro chi, anche allora, diceva che non c’erano alternative.
Chi proponeva un’altra politica era ancora debole e disperso, ma poi si trovò nelle condizioni storiche per costruire una nuova stagione politica.
Oggi – di fronte alla battaglia nei luoghi di lavoro - emerge l’incapacità di poter dire alcunché di utile da parte dell’attuale sistema dei partiti. Le risposte verranno da soggetti nuovi.
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unitifiom

IL VIDEOEDITORIALE DI GIULIETTO CHIESA: