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22 dicembre 2013

Breve elogio del complottismo

di Alfio Neri.

Oggi è di moda l’accusa di “complottismo”. D’altra parte come possiamo pensare che chi stia al potere non dica il vero? Visto che viviamo nel regno della libertà e della trasparenza, come possiamo criticare le nostre fonti informative? Come possiamo pensare che qualcosa di essenziale non ci sia stato detto? In tempi di mobilitazione strategica lo stesso fatto di pensare criticamente è di per sé eversivo. Il culmine della nostra libertà personale sembra sia accettare che i mezzi di comunicazione ci liberino dal fardello della critica.

Nel marzo del 2010, Bashar al-Assad, il futuro tiranno siriano, fu decorato ufficialmente da Napolitano, il nostro Presidente della Repubblica.



Per la precisione il figlio di suo padre, che all’epoca era buono, meritava il nostro elogio ed ebbe effettivamente la più alta decorazione del nostro paese. L’evento fu realmente memorabile. Assad entrava ufficialmente nel palco dei nostri migliori alleati, assieme al beneamato colonnello Gheddafi.

Il presidente siriano venne dunque insignito col più importante titolo onorifico italiano, quello di “Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran cordone al merito della Repubblica italiana”. Il titolo sanciva l’inizio di un’alleanza talmente “profonda” che sarebbe finita, di lì a pochi mesi, con l’accusa di essere a capo di uno ‘Stato canaglia’.

Pochi anni prima, nel 2007, il comandante supremo delle forze Nato in Europa dal 1997 al 2000, generale Wesley Clark, aveva letteralmente sbigottito il suo uditorio in un incontro pubblico a San Francisco. Rendeva di pubblico dominio un breafing avuto poco dopo l’11 settembre 2001. Sosteneva di essere stato messo al corrente dal vice-presidente Cheney e dal ministro della Difesa Rumsfeld dell’intenzione dell‘amministrazione di scatenare una serie di guerre contro Siria, Iraq, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran.

L’obiettivo era trasformare il “volto” del Medio Oriente prima di essere costretti ad accettare la sfida strategica della prossima superpotenza emergente. Il generale Clark sosteneva che, per costoro, l’esercito americano doveva servire per scatenare guerre e per far cadere governi e non per rafforzare la pace e la stabilità. La sua opinione era che un gruppo di persone avesse preso il controllo del paese con un colpo di Stato politico. Si trattava di inventarsi nemici per destabilizzare intere aree geografiche e dare così vita a nuovi scenari geopolitici. La strategia americana era sostanzialmente quella di produrre caos: seminare vento per raccogliere tempesta.

Il punto chiave non è la menzogna in quanto tale. Altre volte nella storia l’alleato è diventato il nemico, l’aggressore ha vestito i panni della vittima e la menzogna ha assunto le parvenze della verità. Le bugie sono sempre esistite, ma oggi sembrano molto più credibili che in passato. Adesso, se una campagna informativa è svolta con un’adeguata potenza di fuoco, qualsiasi cosa può essere creduta vera.
Da sempre ci vengono fornite informazioni “sicure” che non possiamo verificare; però ora lo stesso fatto di porsi in modo critico appare come un elemento di lesa maestà. In tempi teologici l’uso critico della ragione si chiamava “eresia”; oggi, invece, l’accusa è quella di “complottismo”. In un mondo in cui le cose apparentemente sembrano andare bene, chi afferma il contrario può essere solo un malato, un debole di spirito, un paranoico. Come si può criticare la bontà e la lungimiranza dell’Impero del bene?

Il libro di Paolo Sensini, Divide et impera. Strategie del caos per il XXI secolo nel Vicino e Medio Oriente (Mimesis, Milano 2013, pp. 322, € 24), è un rigoroso tentativo di andare oltre la mostruosa cortina del “politicamente corretto”. L’apparato di note del testo è assolutamente notevole e le chiavi di lettura che il testo permette sono molto variegate.

Ciò che balza subito agli occhi è il gigantesco lavoro di scavo fatto dall’autore fra i documenti a disposizione. La quantità di dati circolanti è effettivamente molto ampia nelle pubblicazioni in lingua inglese e francese (meno in italiano). La cosa è molto interessante perché anche all’interno del mainstream si trovano autentiche perle che illuminano parecchi degli eventi recenti. Troviamo le dichiarazioni pubbliche del generale Clark sulla politica estera di Bush riportate poche righe sopra (cfr. p. 122); quelle del generale Fabio Mini, che afferma che la politica estera statunitense nel Mediterraneo è asservita agli interessi israeliani (cfr. p. 107); troviamo chiarimenti relativi all’inquietante rapporto fra sunniti e wahhabiti – per inciso, senza il petrolio e l’aiuto statunitense, i wahhabiti sarebbero solo una setta semiereticale di beduini analfabeti che si è impadronita con la forza della Mecca (cfr. pp. 266-273); e troviamo anche molte ragioni del perché una parte dei siriani stia ancora sostenendo, malgrado tutto, Assad.

Fra tutti i documenti risalta di gran lunga la dichiarazione, sicuramente fatta a braccio, di Karl Rove, l’anima nera dell’entourage di Bush che, in un attimo di vera autenticità esistenziale, dice chiaramente: “Ora noi siamo un Impero e quando agiamo creiamo la nostra realtà. E mentre voi state giudiziosamente analizzando quella realtà, noi agiremo di nuovo e ne creeremo un’altra e poi un’altra ancora che voi potrete studiare. È così che andranno le cose. Noi facciamo la storia e a voi, a tutti voi, non resterà altro da fare che studiare ciò che facciamo” (p. 163). I vertici americani sanno dunque di “scrivere la storia” e non si curano affatto della verità, della giustizia e anche degli eventuali danni collaterali.

Sull’argomento vi sono un’infinità di problemi aperti: dalla quantità enorme di stranezze dell’11 settembre 2001, all’influenza della lobby israeliana nelle politiche mediorientali degli Stati Uniti. La cosa interessante è che esiste, e Sensini se ne da conto, un’ampia documentazione. In tale contesto, più che l’informazione puntuale, manca la capacità di formulare i quesiti giusti e di seguire le piste più interessanti.

Per esempio, perché nessuno si chiede come sia possibile che l’Arabia Saudita, un paese che non permette il voto e la guida alle donne, sia riuscito a diventare, assieme a Israele, nazione che pratica l’apartheid, il difensore della democrazia e dei diritti umani nel mondo arabo?

Come è stato possibile che le petromonarchie più integraliste, come gli Stati sunniti del Golfo Persico, abbiano come peggior nemico l’Iran, un altro petrostato integralista mussulmano, e non Israele, il loro declamato nemico assoluto?
I petrostati sciiti e sunniti non dovrebbero essere, come da teologia islamica, alleati per respingere l’influenza di americani e israeliani?
Perché a sua volta Israele, apparentemente uno Stato moderno, l’“unica democrazia del Medio Oriente”, è alleato di queste monarchie medievali?
E ancora: perché Assad, che certamente non è un santo, ha sempre avuto dalla sua una parte della popolazione siriana?
Perché in tanti anni non è stata raggiunta nell’area neppure una limitata forma di quieto vivere?
Che senso storico ha il tentativo, iniziato un decennio fa dal precedente presidente degli Stati Uniti, di cambiare il volto del Medio Oriente?

Le tesi del libro sono molte e non vorrei togliere al lettore il piacere della lettura. Tuttavia, fra tutti i capitoli, segnalo il gustoso I “precedenti storici dell’11 settembre” nella politica estera statunitense. Si tratta di un capitolo delizioso per brevità e concisione.
In queste pagine l’autore mostra alcune costellazioni di eventi che hanno spinto più volte gli Stati Uniti ad agire per “autodifesa”. La trama elementare è quella di un “nemico traditore” che agisce nell’ombra per pugnalare alle spalle l’ingenuo ma coraggioso campione della democrazia; un canovaccio che si ripropone più volte nella storia americana con poche e lievi varianti.
La prima guerra provocata da un nemico traditore, fu quella contro la Spagna del 1898. Essa venne dichiarata dopo l’esplosione dell’USS Maine, una nave da guerra alla fonda nel porto dell’Avana. La colpa dell’esplosione fu attribuita d’ufficio agli spagnoli, venne impedita ogni perizia sulle cause del disastro; poco dopo il Maine fu affondato in alto mare, appena in tempo per iniziare una guerra che la Spagna non aveva alcun interesse a fare (cfr. pp. 201-204).
Un altro caso molto noto fu quello del Lusitania, un transatlantico civile britannico pieno di materiale bellico (fra l’altro esplosivi ad alto potenziale che esplodono a contatto con l’acqua), che viaggiava a pieno carico di passeggeri in zone dove si sapeva battevano sommergibili tedeschi (cfr. pp. 204-211).
Pearl Harbour è un altro esempio paradigmatico. Nel dicembre 1941, la marina americana venne attaccata apparentemente di sorpresa dalla flotta giapponese nelle Hawaii. All’epoca i servizi segreti statunitensi avevano decrittato il cifrario segreto giapponese e seppero con anticipo dell’imminente attacco. Il Presidente Roosevelt aveva bisogno di una scusa per entrare in guerra senza problemi. Alla fine della giornata gli unici veramente sorpresi dal bombardamento furono i marinai americani usati come carne da macello (cfr. pp. 211-218).
Anche gli incidenti del Golfo del Tonchino dell’agosto 1964, quelli che provocarono l’intervento in forze degli Stati Uniti in Vietnam, erano una bugia. La vicenda finì talmente male, con l’inglorioso ritiro americano di dieci anni dopo, che gli stessi diretti responsabili politici statunitensi furono costretti ad ammettere pubblicamente la loro colossale frode (cfr. pp. 218-220).
Per brevità tralascio tutta la propaganda che diede inizio alla prima e seconda guerra irachena, come la penosa vicenda delle fotografie dei cormorani incatramati, o la serie di false dichiarazioni fatte al Congresso da testimoni compiacenti istruiti per l’occasione dai servizi segreti statunitensi.

Quello che a me interessa è fare notare che gli Stati Uniti sono un paese come gli altri. Il Destino Manifesto non impedisce a questo paese di fare tutte quelle brutte figure che sono così consuete nei paesi in cui abitano i comuni mortali. Certo loro producono telegiornali per tutto il mondo e questo migliora la loro immagine. Per esempio nei pacchetti informativi è implicito chi sia il buono e chi sia il cattivo, così com’è ovvio che loro, che sono buoni, stiano aiutando i buoni. Vorrei solo far notare che anch’io, pur avendo ritenuto certa l’esistenza di Babbo Natale, dopo qualche anno ho smesso di crederci.


Fonte:  http://www.carmillaonline.com/2013/12/21/breve-elogio-del-complottismo/.
Ripubblicato da: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=93839&typeb=0&Breve-elogio-del-complottismo.

28 agosto 2013

Gli occidentali sono pronti a bombardare la Siria?

di Thierry Meyssan.

Fingendo di credere a un attacco chimico del governo siriano contro il proprio popolo, Washington, Londra e Parigi stanno battendo i tamburi di guerra. Dovremmo prendere sul serio queste minacce da parte di Stati che annunciano come imminente, da oltre due anni, la caduta della Siria? Benché non si debba escludere questa opzione, Thierry Meyssan ritiene che sia meno probabile di un intervento organizzato dall'Arabia Saudita. Questa agitazione avrebbe piuttosto lo scopo di testare le reazioni della Russia e dell'Iran.

Cosa frulla per la testa del premio Nobel per la Pace Barack Obama? Domenica 25 agosto, la Casa Bianca ha rilasciato una dichiarazione in cui un anonimo alto funzionario ha affermato che ci sono "pochissimi dubbi" sull'uso da parte della Siria di armi chimiche contro la propria opposizione. Il comunicato aggiunge che l'accordo della Siria per far entrare gli ispettori delle Nazioni Unite nella zona arriva “troppo tardi per essere credibile”.
Sebbene l'uso di armi chimiche nella periferia di Damasco - in data mercoledì 21 agosto 2013 - sia assai probabile, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non ha concluso che sia opera del governo siriano. Riuniti in emergenza su richiesta degli occidentali, gli ambasciatori sono rimasti sorpresi nel vedere il loro collega russo presentar loro delle foto satellitari che mostrano il tiro di due obici alle ore 01:35 del mattino, dalla zona ribelle di Duma verso le zone ribelli colpite dai gas (a Jobar e tra Arbin e Zamalka), in orari coincidenti con i disturbi rilevati. Le foto non ci consentono di sapere se si trattasse di obici chimici, ma lasciano pensare che la "Brigata dell'Islam" che occupa Duma abbia preso ben tre piccioni con una fava: da una parte rimuovere il sostegno dei suoi rivali in seno all'opposizione, d'altra parte accusare la Siria di aver fatto ricorso alle armi chimiche, infine interrompere l'offensiva dell'esercito arabo siriano volta a liberare la capitale .
Ancorché il governo siriano – esattamente come il suo nemico israeliano - non abbia firmato la Convenzione contro le armi chimiche e disponga di ampie scorte, anche i jihadisti ne possiedono, come ha confermato Carla Del Ponte, suscitando la furia del Commissario per i diritti umani. A dicembre, l'Esercito siriano libero aveva diffuso un video che mostrava un laboratorio chimico e minacciava gli alauiti. Questa settimana, il governo ha scoperto parecchi nascondigli di armi chimiche, maschere antigas e antidoti nei sobborghi di Damasco. I prodotti provenivano dall'Arabia Saudita, dal Qatar, dagli Stati Uniti e dai Paesi Bassi. È d'altronde su richiesta del governo siriano, e non degli occidentali, che gli ispettori dell'ONU sono presenti in Siria per due settimane, al fine di indagare sulle accuse di utilizzo. Infine, il 29 maggio 2013, la polizia turca ha arrestato una decina di membri del Fronte Al-Nusra e sequestrato armi chimiche che dovevano essere utilizzate in Siria.
Tuttavia, venerdì il presidente Obama ha riunito il suo Consiglio Nazionale di Sicurezza per esaminare le opzioni di attacco contro la Siria, alla presenza dell'Ambasciatrice Samantha Power, capofila dei falchi liberali. Ha deciso di rafforzare la presenza militare USA nel Mediterraneo, inviando un quarto cacciatorpediniere, caricato con missili da crociera, l'USS Ramage. Si aggiunge all'USS Gravely, l'USS Barry e l'USS Mahan che si è mantenuto nella zona quando doveva rientrare in porto.
Sabato ha chiamato al telefono il primo ministro britannico David Cameron. E domenica ha parlato con il presidente francese François Hollande. I tre uomini hanno convenuto che occorreva intervenire senza specificare come. Sempre domenica, il segretario di Stato John Kerry ha chiamato i suoi omologhi britannico, francese, canadese e russo per dir loro che gli Stati Uniti avevano la convinzione che la Siria avesse attraversato la "linea rossa".
Mentre i primi tre interlocutori lo ascoltavano stando dritti sull'attenti, il russo Sergey Lavrov manifestava tutto il suo stupore sul fatto che Washington si pronunciasse prima della relazione degli ispettori delle Nazioni Unite. Gli ha risposto ammonendolo sulle "conseguenze estremamente gravi" che rappresenta un intervento nella regione.
Lunedì il ministro francese della Difesa, Jean-Yves Le Drian era in Qatar e doveva recarsi negli Emirati per coordinarsi con essi. Mentre il consigliere per la sicurezza nazionale israeliana, il generale Yaakov Amidror, è stato ricevuto alla Casa Bianca. Nel corso di una conversazione telefonica tra il primo ministro britannico David Cameron e il presidente russo Vladimir Putin, quest'ultimo ha sottolineato che non vi era alcuna prova dell'uso di armi chimiche da parte della Siria. Da parte sua, il viceministro cinese degli Affari Esteri, Li Baodong, ha chiamato il suo omologo statunitense, Wendy R. Sherman, per invitare gli Stati Uniti ad esercitare moderazione. Consapevole del rischio di una guerra regionale in cui i cristiani sarebbero le prime vittime, Papa Francesco ha ribadito il suo appello per la pace.

Dovremmo quindi pensare che l'Occidente andrà in guerra senza un mandato del Consiglio di sicurezza, come la NATO fece in Jugoslavia? È poco probabile, perché all'epoca la Russia era in rovina, oggi dovrebbe intervenire dopo aver pronunciato tre veti per proteggere la Siria o rinunciare a qualsiasi azione internazionale. Tuttavia Sergey Lavrov ha saggiamente scartato una terza guerra mondiale. Ha detto che il suo paese non era pronto a entrare in guerra contro chiunque, neanche a proposito della Siria. Potrebbe quindi trattarsi di un intervento indiretto a sostegno della Siria, come ha fatto la Cina durante la guerra del Vietnam.
L'Iran ha fatto quindi sapere, attraverso il suo vice capo di stato maggiore, Massoud Jazayeri, che per lui l'attacco alla Siria sarebbe l'attraversamento della "linea rossa" e che se fosse passata all'azione , la Casa Bianca si troverebbe a sopportare "gravi conseguenze". Certo l'Iran non ha né le risorse della Russia, né le sue alleanze, ma fa sicuramente parte delle prime 10 potenze militari mondiali. Pertanto, attaccare la Siria significa prendersi il rischio di ritorsioni contro Israele e di rivolte in gran parte del mondo arabo, specie in Arabia Saudita. Il recente intervento della forza libanese di Hezbollah e le dichiarazioni del suo segretario generale, Hassan Nasrallah, come pure quelle dell'organizzazione palestinese FPLP-Comando generale, non lasciano adito a dubbi.
Intervistato dalla stampa russa, il presidente siriano Bashar al-Assad, ha dichiarato: "Le dichiarazioni fatte dai politici negli USA e in altri paesi occidentali rappresentano un insulto al buon senso e una mancanza di riguardo nei confronti dell'opinione pubblica dei cittadini di quei paesi. È un'assurdità: in primo luogo, sollevano le accuse, e poi raccolgono le prove. Ed è uno dei più potenti paesi a far questo: gli Stati Uniti. (...) Questo genere di accuse è esclusivamente politico, rispondono alla serie di vittorie registrate dalle forze governative sui terroristi".
In Russia, il Presidente della Commissione Affari Esteri della Duma, il giornalista ed esperto di geopolitica Alexei Pushkov, ha commentato sul suo account Twitter:
"Washington e Londra hanno dichiarato Assad colpevole ben prima delle conclusioni degli ispettori dell'ONU. Non accetteranno altro che un verdetto di colpevolezza. Qualsiasi altro verdetto sarà respinto."
Il principio di una nuova guerra in Siria non quadra bene con i problemi economici degli Stati Uniti e degli europei. Quantunque la vendita di armi sia un modo per fare soldi, distruggere uno stato senza speranza di ritorno sugli investimenti a breve o a medio termine, non potrà che aggravare la situazione.
Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos condotto dopo l'attacco del 21 agosto, il 60% degli statunitensi si oppone a un'intervento in Siria contro il 9% che lo sostiene. Se venissero convinti dell'uso di armi chimiche in Siria, rimarrebbero in una misura del 46% ad opporsi comunque alla guerra e diventerebbero il 25% in favore. Lo stesso sondaggio indica che gli statunitensi apprezzano ancora meno la guerra segreta: addirittura l'89% dichiara che non si dovrebbe più armare i ribelli, contro l'11% che li vuole armare ancora. Infine, quattro opzioni sono state presentate ai partecipanti: attacchi aerei (sostenuti dal 12%), la creazione di una no-fly zone (11%), il finanziamento di una forza multinazionale (9%), e un intervento diretto degli Stati Uniti (4%).
In Francia, Le Figaro, edito dal mercante d'armi Dassault, ha posto la questione ai suoi lettori: alla fine della giornata, era il 79,6% ad opporsi alla guerra contro il 20,4% in favore.
Sarà sicuramente difficile per gli occidentali rovesciare l'orientamento della loro opinione pubblica ed entrare in guerra.

Un'altra interpretazione degli avvenimenti è possibile: alcuni video che mostrano le vittime degli attacchi chimici si sono diffusi su internet poche ore prima degli attacchi. Sarà sempre possibile per gli occidentali "scoprire" l'inganno nel tempo e far marcia indietro. Tuttavia il caso delle armi chimiche in Iraq ha dimostrato che gli occidentali potevano mentire alla comunità internazionale e ammetterlo poi senza danno né pena una volta maturato il fatto compiuto.
Le accuse degli jihadisti e dei loro sponsor occidentali sono intervenute non appena l'esercito arabo siriano ha lanciato una grande offensiva, "Scudo di Damasco", per liberare la capitale. Il colpo dei due obici della "Brigata dell'Islam" corrisponde all'inizio dell'offensiva, che si è svolta per 5 giorni e ha provocato perdite significative tra i jihadisti (almeno 1.500 morti e feriti, sui circa 25.000 presenti). Tutta questa agitazione può essere solo una forma di guerra psicologica intesa sia a nascondere questa sconfitta sia a tentare di paralizzare l'offensiva siriana. È sopratutto un modo da parte di Washington di testare la risposta iraniana dopo l'elezione di Sheikh Hassan Rohani alla sua presidenza. Ed è ormai chiaro che questi non intende opporsi alla politica della Guida della Rivoluzione, l'ayatollah Ali Khamenei.

Nondimeno, durante la guerra contro la Libia, avevo sottovalutato la capacità degli Stati Uniti di violare tutte le regole, comprese quelle della NATO. Mentre, basandomi su documenti dell'Alleanza Atlantica, insistevo sulla lunga capacità di resistenza della Jamahiriya di fronte alla sua opposizione armata , ignoravo lo svolgersi di una riunione segreta presso la base NATO di Napoli, dietro le quinte del Consiglio Atlantico. A quel tempo, gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia, la Danimarca e la Turchia - oltre a Israele, Qatar e Giordania - pianificavano in segreto l'uso di mezzi dell'Alleanza per bombardare Tripoli [1].
Non fidandosi dei loro alleati, che sapevano contrari a un attacco così costoso in termini di vite umane, non li avevano avvertiti. L'Alleanza Atlantica non era più un'Alleanza nel vero senso della parola, ma una Coalizione ad hoc. In pochi giorni, la presa di Tripoli ha fatto almeno 40mila morti, secondo i rapporti interni della Croce Rossa.
Un dispositivo simile è forse in corso di allestimento: i capi di stato maggiore all'incirca degli stessi Stati, più l'Arabia Saudita e il Canada, si sono riuniti da domenica fino alla sera del 27 agosto ad Amman, sotto la presidenza del comandante del CentCom, il generale Lloyd J. Austin III. Sul tavolo i dettagli di cinque possibili opzioni (forniture di armi ai Contras; bersagli mirati; creazione di una no-fly zone; creazione di zone cuscinetto; invasione terrestre).
La stampa atlantista fa appello alla guerra. Il Times di Londra l'annuncia.
Il presidente Barack Obama potrebbe così seguire il piano di guerra elaborato dal suo predecessore George W. Bush il 15 settembre 2001, che prevedeva, oltre agli attacchi contro l'Afghanistan e l'Iraq, quelli alla Libia e alla Siria, come ha rivelato l'ex comandante della NATO, generale Wesley Clark [2].
Solo che, per la prima volta, il bersaglio dispone di forti alleanze.

Con tutto ciò, la nuova retorica USA contraddice tutti gli sforzi prodotti dall'amministrazione Obama da un anno in qua, durante cui si è applicata per eliminare gli ostacoli allo svolgimento della conferenza di Ginevra 2: dimissioni del generale David Petraeus e dei sostenitori della guerra segreta; non riconferma del mandato di Hillary Clinton e degli ultra-sionisti; rimessa in causa degli oppositori irriducibili a un'alleanza con la Russia, in particolare in ordine alla NATO e allo scudo antimissile.
Contraddice similmente anche gli sforzi di John Brennan volti a provocare scontri in seno all'opposizione armata siriana e ad esigere l'abdicazione dell'emiro del Qatar, nonché a minacciare l'Arabia Saudita.

Da parte siriana, ci si prepara - per quanto si può - ad ogni evenienza, compreso un bombardamento da parte della NATO contro i centri di comando e i ministeri, coordinato con un assalto degli jihadisti contro la capitale. Tuttavia, l'opzione più probabile non è lo scatenamento di una guerra regionale che oltrepasserebbe le potenze occidentali. È semmai un attacco in autunno, sotto la supervisione dell'Arabia Saudita e approvato dai combattenti che essa recluta attualmente. Alla fine, questa operazione potrebbe essere sostenuta dalla Lega araba.

Thierry Meyssan, 27 agosto 2013.
Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.


NOTE:

[1] L'elenco delle decisioni di questa riunione include un lungo elenco degli obiettivi e dei mezzi loro dedicati. Un paragrafo prevedeva di inviare un commando per eliminarmi all'Hotel Radisson, dove mi trovavo. Tuttavia, durante l'attacco, mi trovavo al centro stampa del Rixos Hotel.

[2] Questo piano prevede di distruggere anche il Libano, poi il Sudan e la Somalia, per terminare con l'Iran.
http://www.dailymotion.com/video/xlp2d6_le-plan-us-post-11-9-envahir-7-pays-dont-l-irak-la-lybie-la-syrie-et-l-iran-selon-le-general-us-wesl_news