di Alfio Neri.
Oggi è di moda l’accusa di “complottismo”. D’altra parte come
possiamo pensare che chi stia al potere non dica il vero? Visto che
viviamo nel regno della libertà e della trasparenza, come possiamo
criticare le nostre fonti informative? Come possiamo pensare che
qualcosa di essenziale non ci sia stato detto? In tempi di mobilitazione
strategica lo stesso fatto di pensare criticamente è di per sé
eversivo. Il culmine della nostra libertà personale sembra sia accettare
che i mezzi di comunicazione ci liberino dal fardello della critica.
Nel
marzo del 2010, Bashar al-Assad, il futuro tiranno siriano, fu decorato
ufficialmente da Napolitano, il nostro Presidente della Repubblica.
Per
la precisione il figlio di suo padre, che all’epoca era buono, meritava
il nostro elogio ed ebbe effettivamente la più alta decorazione del
nostro paese. L’evento fu realmente memorabile. Assad entrava
ufficialmente nel palco dei nostri migliori alleati, assieme al
beneamato colonnello Gheddafi.
Il presidente siriano venne dunque
insignito col più importante titolo onorifico italiano, quello di
“Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran cordone al merito della
Repubblica italiana”. Il titolo sanciva l’inizio di un’alleanza talmente
“profonda” che sarebbe finita, di lì a pochi mesi, con l’accusa di
essere a capo di uno ‘Stato canaglia’.
Pochi anni prima, nel 2007,
il comandante supremo delle forze Nato in Europa dal 1997 al 2000,
generale Wesley Clark, aveva letteralmente sbigottito il suo uditorio in
un incontro pubblico a San Francisco. Rendeva di pubblico dominio un
breafing avuto poco dopo l’11 settembre 2001. Sosteneva di essere stato
messo al corrente dal vice-presidente Cheney e dal ministro della Difesa
Rumsfeld dell’intenzione dell‘amministrazione di scatenare una serie di
guerre contro Siria, Iraq, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran.
L’obiettivo era trasformare il “volto” del Medio Oriente prima di essere
costretti ad accettare la sfida strategica della prossima superpotenza
emergente. Il generale Clark sosteneva che, per costoro, l’esercito
americano doveva servire per scatenare guerre e per far cadere governi e
non per rafforzare la pace e la stabilità. La sua opinione era che un
gruppo di persone avesse preso il controllo del paese con un colpo di
Stato politico. Si trattava di inventarsi nemici per destabilizzare
intere aree geografiche e dare così vita a nuovi scenari geopolitici. La
strategia americana era sostanzialmente quella di produrre caos:
seminare vento per raccogliere tempesta.
Il punto chiave non è la
menzogna in quanto tale. Altre volte nella storia l’alleato è diventato
il nemico, l’aggressore ha vestito i panni della vittima e la menzogna
ha assunto le parvenze della verità. Le bugie sono sempre esistite, ma
oggi sembrano molto più credibili che in passato. Adesso, se una
campagna informativa è svolta con un’adeguata potenza di fuoco,
qualsiasi cosa può essere creduta vera.
Da sempre ci vengono fornite
informazioni “sicure” che non possiamo verificare; però ora lo stesso
fatto di porsi in modo critico appare come un elemento di lesa maestà.
In tempi teologici l’uso critico della ragione si chiamava “eresia”;
oggi, invece, l’accusa è quella di “complottismo”. In un mondo in cui le
cose apparentemente sembrano andare bene, chi afferma il contrario può
essere solo un malato, un debole di spirito, un paranoico. Come si può
criticare la bontà e la lungimiranza dell’Impero del bene?
Il libro di Paolo Sensini, Divide et impera. Strategie del caos per il XXI secolo nel Vicino e Medio Oriente
(Mimesis, Milano 2013, pp. 322, € 24), è un rigoroso tentativo di
andare oltre la mostruosa cortina del “politicamente corretto”.
L’apparato di note del testo è assolutamente notevole e le chiavi di
lettura che il testo permette sono molto variegate.
Ciò che balza
subito agli occhi è il gigantesco lavoro di scavo fatto dall’autore fra i
documenti a disposizione. La quantità di dati circolanti è
effettivamente molto ampia nelle pubblicazioni in lingua inglese e
francese (meno in italiano). La cosa è molto interessante perché anche
all’interno del mainstream si trovano autentiche perle che
illuminano parecchi degli eventi recenti. Troviamo le dichiarazioni
pubbliche del generale Clark sulla politica estera di Bush riportate
poche righe sopra (cfr. p. 122); quelle del generale Fabio Mini, che
afferma che la politica estera statunitense nel Mediterraneo è asservita
agli interessi israeliani (cfr. p. 107); troviamo chiarimenti relativi
all’inquietante rapporto fra sunniti e wahhabiti – per inciso, senza il
petrolio e l’aiuto statunitense, i wahhabiti sarebbero solo una setta
semiereticale di beduini analfabeti che si è impadronita con la forza
della Mecca (cfr. pp. 266-273); e troviamo anche molte ragioni del
perché una parte dei siriani stia ancora sostenendo, malgrado tutto,
Assad.
Fra tutti i documenti risalta di gran lunga la
dichiarazione, sicuramente fatta a braccio, di Karl Rove, l’anima nera
dell’entourage di Bush che, in un attimo di vera autenticità
esistenziale, dice chiaramente: “Ora noi siamo un Impero e quando agiamo
creiamo la nostra realtà. E mentre voi state giudiziosamente
analizzando quella realtà, noi agiremo di nuovo e ne creeremo un’altra e
poi un’altra ancora che voi potrete studiare. È così che andranno le
cose. Noi facciamo la storia e a voi, a tutti voi, non resterà altro da
fare che studiare ciò che facciamo” (p. 163). I vertici americani sanno
dunque di “scrivere la storia” e non si curano affatto della verità,
della giustizia e anche degli eventuali danni collaterali.
Sull’argomento
vi sono un’infinità di problemi aperti: dalla quantità enorme di
stranezze dell’11 settembre 2001, all’influenza della lobby israeliana
nelle politiche mediorientali degli Stati Uniti. La cosa interessante è
che esiste, e Sensini se ne da conto, un’ampia documentazione. In tale
contesto, più che l’informazione puntuale, manca la capacità di
formulare i quesiti giusti e di seguire le piste più interessanti.
Per
esempio, perché nessuno si chiede come sia possibile che l’Arabia
Saudita, un paese che non permette il voto e la guida alle donne, sia
riuscito a diventare, assieme a Israele, nazione che pratica
l’apartheid, il difensore della democrazia e dei diritti umani nel mondo
arabo?
Come è stato possibile che le petromonarchie più integraliste,
come gli Stati sunniti del Golfo Persico, abbiano come peggior nemico
l’Iran, un altro petrostato integralista mussulmano, e non Israele, il
loro declamato nemico assoluto?
I petrostati sciiti e sunniti non
dovrebbero essere, come da teologia islamica, alleati per respingere
l’influenza di americani e israeliani?
Perché a sua volta Israele,
apparentemente uno Stato moderno, l’“unica democrazia del Medio
Oriente”, è alleato di queste monarchie medievali?
E ancora: perché
Assad, che certamente non è un santo, ha sempre avuto dalla sua una
parte della popolazione siriana?
Perché in tanti anni non è stata
raggiunta nell’area neppure una limitata forma di quieto vivere?
Che
senso storico ha il tentativo, iniziato un decennio fa dal precedente
presidente degli Stati Uniti, di cambiare il volto del Medio Oriente?
Le
tesi del libro sono molte e non vorrei togliere al lettore il piacere
della lettura. Tuttavia, fra tutti i capitoli, segnalo il gustoso I “precedenti storici dell’11 settembre” nella politica estera statunitense.
Si tratta di un capitolo delizioso per brevità e concisione.
In queste
pagine l’autore mostra alcune costellazioni di eventi che hanno spinto
più volte gli Stati Uniti ad agire per “autodifesa”. La trama elementare
è quella di un “nemico traditore” che agisce nell’ombra per pugnalare
alle spalle l’ingenuo ma coraggioso campione della democrazia; un
canovaccio che si ripropone più volte nella storia americana con poche e
lievi varianti.
La prima guerra provocata da un nemico traditore, fu
quella contro la Spagna del 1898. Essa venne dichiarata dopo
l’esplosione dell’USS Maine, una nave da guerra alla fonda nel
porto dell’Avana. La colpa dell’esplosione fu attribuita d’ufficio agli
spagnoli, venne impedita ogni perizia sulle cause del disastro; poco
dopo il Maine fu affondato in alto mare, appena in tempo per
iniziare una guerra che la Spagna non aveva alcun interesse a fare (cfr.
pp. 201-204).
Un altro caso molto noto fu quello del Lusitania,
un transatlantico civile britannico pieno di materiale bellico (fra
l’altro esplosivi ad alto potenziale che esplodono a contatto con
l’acqua), che viaggiava a pieno carico di passeggeri in zone dove si
sapeva battevano sommergibili tedeschi (cfr. pp. 204-211).
Pearl Harbour
è un altro esempio paradigmatico. Nel dicembre 1941, la marina
americana venne attaccata apparentemente di sorpresa dalla flotta
giapponese nelle Hawaii. All’epoca i servizi segreti statunitensi
avevano decrittato il cifrario segreto giapponese e seppero con anticipo
dell’imminente attacco. Il Presidente Roosevelt aveva bisogno di una
scusa per entrare in guerra senza problemi. Alla fine della giornata gli
unici veramente sorpresi dal bombardamento furono i marinai americani
usati come carne da macello (cfr. pp. 211-218).
Anche gli incidenti del
Golfo del Tonchino dell’agosto 1964, quelli che provocarono l’intervento
in forze degli Stati Uniti in Vietnam, erano una bugia. La vicenda finì
talmente male, con l’inglorioso ritiro americano di dieci anni dopo,
che gli stessi diretti responsabili politici statunitensi furono
costretti ad ammettere pubblicamente la loro colossale frode (cfr. pp.
218-220).
Per brevità tralascio tutta la propaganda che diede inizio
alla prima e seconda guerra irachena, come la penosa vicenda delle
fotografie dei cormorani incatramati, o la serie di false dichiarazioni
fatte al Congresso da testimoni compiacenti istruiti per l’occasione dai
servizi segreti statunitensi.
Quello che a me interessa è fare notare che gli Stati Uniti sono un paese come gli altri. Il Destino Manifesto
non impedisce a questo paese di fare tutte quelle brutte figure che
sono così consuete nei paesi in cui abitano i comuni mortali. Certo loro
producono telegiornali per tutto il mondo e questo migliora la loro
immagine. Per esempio nei pacchetti informativi è implicito chi sia il
buono e chi sia il cattivo, così com’è ovvio che loro, che sono buoni,
stiano aiutando i buoni. Vorrei solo far notare che anch’io, pur avendo
ritenuto certa l’esistenza di Babbo Natale, dopo qualche anno ho smesso
di crederci.
Fonte: http://www.carmillaonline.com/2013/12/21/breve-elogio-del-complottismo/.
Ripubblicato da: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=93839&typeb=0&Breve-elogio-del-complottismo.
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22 dicembre 2013
Breve elogio del complottismo
28 agosto 2013
Gli occidentali sono pronti a bombardare la Siria?
di
Thierry Meyssan.
Fingendo
di credere a un attacco chimico del governo siriano contro il proprio
popolo, Washington, Londra e Parigi stanno battendo i tamburi di
guerra. Dovremmo prendere sul serio queste minacce da parte di Stati
che annunciano come imminente, da oltre due anni, la caduta della
Siria? Benché non si debba escludere questa opzione, Thierry Meyssan
ritiene che sia meno probabile di un intervento organizzato
dall'Arabia Saudita. Questa agitazione avrebbe piuttosto lo scopo di
testare le reazioni della Russia e dell'Iran.
Cosa
frulla per la testa del premio Nobel per la Pace Barack Obama?
Domenica 25 agosto, la Casa Bianca ha rilasciato una dichiarazione in
cui un anonimo alto funzionario ha affermato che ci sono "pochissimi
dubbi" sull'uso da parte della
Siria di armi chimiche contro la propria opposizione. Il comunicato
aggiunge che l'accordo della Siria per far entrare gli ispettori
delle Nazioni Unite nella zona arriva “troppo
tardi per essere credibile”.
Sebbene
l'uso di armi chimiche nella periferia di Damasco - in data mercoledì
21 agosto 2013 - sia assai probabile, il Consiglio di Sicurezza delle
Nazioni Unite non ha concluso che sia opera del governo siriano.
Riuniti in emergenza su richiesta degli occidentali, gli ambasciatori
sono rimasti sorpresi nel vedere il loro collega russo presentar loro
delle foto satellitari che mostrano il tiro di due obici alle ore
01:35 del mattino, dalla zona ribelle di Duma verso le zone ribelli
colpite dai gas (a Jobar e tra Arbin e Zamalka), in orari coincidenti
con i disturbi rilevati. Le foto non ci consentono di sapere se si
trattasse di obici chimici, ma lasciano pensare che la "Brigata
dell'Islam" che occupa Duma abbia
preso ben tre piccioni con una fava: da una parte rimuovere il
sostegno dei suoi rivali in seno all'opposizione, d'altra parte
accusare la Siria di aver fatto ricorso alle armi chimiche, infine
interrompere l'offensiva dell'esercito arabo siriano volta a liberare
la capitale .
Ancorché
il governo siriano – esattamente come il suo nemico israeliano -
non abbia firmato la Convenzione contro le armi chimiche e disponga
di ampie scorte, anche i jihadisti ne possiedono, come ha confermato
Carla Del Ponte, suscitando la furia del Commissario per i diritti
umani. A dicembre, l'Esercito siriano libero aveva diffuso un video
che mostrava un laboratorio chimico e minacciava gli alauiti. Questa
settimana, il governo ha scoperto parecchi nascondigli di armi
chimiche, maschere antigas e antidoti nei sobborghi di Damasco. I
prodotti provenivano dall'Arabia Saudita, dal Qatar, dagli Stati
Uniti e dai Paesi Bassi. È d'altronde su richiesta del governo
siriano, e non degli occidentali, che gli ispettori dell'ONU sono
presenti in Siria per due settimane, al fine di indagare sulle accuse
di utilizzo. Infine, il 29 maggio 2013, la polizia turca ha arrestato
una decina di membri del Fronte Al-Nusra e sequestrato armi chimiche
che dovevano essere utilizzate in Siria.
Tuttavia,
venerdì il presidente Obama ha riunito il suo Consiglio Nazionale di
Sicurezza per esaminare le opzioni di attacco contro la Siria, alla
presenza dell'Ambasciatrice Samantha Power, capofila dei falchi
liberali. Ha deciso di rafforzare la presenza militare USA nel
Mediterraneo, inviando un quarto cacciatorpediniere, caricato con
missili da crociera, l'USS Ramage. Si aggiunge all'USS Gravely, l'USS
Barry e l'USS Mahan che si è mantenuto nella zona quando doveva
rientrare in porto.
Sabato
ha chiamato al telefono il primo ministro britannico David Cameron. E
domenica ha parlato con il presidente francese François Hollande. I
tre uomini hanno convenuto che occorreva intervenire senza
specificare come. Sempre domenica, il segretario di Stato John Kerry
ha chiamato i suoi omologhi britannico, francese, canadese e russo
per dir loro che gli Stati Uniti avevano la convinzione che la Siria
avesse attraversato la "linea rossa".
Mentre
i primi tre interlocutori lo ascoltavano stando dritti sull'attenti,
il russo Sergey Lavrov manifestava tutto il suo stupore sul fatto che
Washington si pronunciasse prima della relazione degli ispettori
delle Nazioni Unite. Gli ha risposto ammonendolo sulle "conseguenze
estremamente gravi" che rappresenta un intervento nella
regione.
Lunedì
il ministro francese della Difesa, Jean-Yves Le Drian era in Qatar e
doveva recarsi negli Emirati per coordinarsi con essi. Mentre il
consigliere per la sicurezza nazionale israeliana, il generale Yaakov
Amidror, è stato ricevuto alla Casa Bianca. Nel corso di una
conversazione telefonica tra il primo ministro britannico David
Cameron e il presidente russo Vladimir Putin, quest'ultimo ha
sottolineato che non vi era alcuna prova dell'uso di armi chimiche da
parte della Siria. Da parte sua, il viceministro cinese degli Affari
Esteri, Li Baodong, ha chiamato il suo omologo statunitense, Wendy R.
Sherman, per invitare gli Stati Uniti ad esercitare moderazione.
Consapevole del rischio di una guerra regionale in cui i cristiani
sarebbero le prime vittime, Papa Francesco ha ribadito il suo appello
per la pace.
Dovremmo
quindi pensare che l'Occidente andrà in guerra senza un mandato del
Consiglio di sicurezza, come la NATO fece in Jugoslavia? È poco
probabile, perché all'epoca la Russia era in rovina, oggi dovrebbe
intervenire dopo aver pronunciato tre veti per proteggere la Siria o
rinunciare a qualsiasi azione internazionale. Tuttavia Sergey Lavrov
ha saggiamente scartato una terza guerra mondiale. Ha detto che il
suo paese non era pronto a entrare in guerra contro chiunque, neanche
a proposito della Siria. Potrebbe quindi trattarsi di un intervento
indiretto a sostegno della Siria, come ha fatto la Cina durante la
guerra del Vietnam.
L'Iran
ha fatto quindi sapere, attraverso il suo vice capo di stato
maggiore, Massoud Jazayeri, che per lui l'attacco alla Siria sarebbe
l'attraversamento della "linea rossa" e che se fosse
passata all'azione , la Casa Bianca si troverebbe a sopportare "gravi
conseguenze". Certo l'Iran non ha né le risorse della
Russia, né le sue alleanze, ma fa sicuramente parte delle prime 10
potenze militari mondiali. Pertanto, attaccare la Siria significa
prendersi il rischio di ritorsioni contro Israele e di rivolte in
gran parte del mondo arabo, specie in Arabia Saudita. Il recente
intervento della forza libanese di Hezbollah e le dichiarazioni del
suo segretario generale, Hassan Nasrallah, come pure quelle
dell'organizzazione palestinese FPLP-Comando generale, non lasciano
adito a dubbi.
Intervistato
dalla stampa russa, il presidente siriano Bashar al-Assad, ha
dichiarato: "Le dichiarazioni fatte dai politici negli USA e
in altri paesi occidentali rappresentano un insulto al buon senso e
una mancanza di riguardo nei confronti dell'opinione pubblica dei
cittadini di quei paesi. È un'assurdità: in primo luogo, sollevano
le accuse, e poi raccolgono le prove. Ed è uno dei più potenti
paesi a far questo: gli Stati Uniti. (...) Questo genere di accuse è
esclusivamente politico, rispondono alla serie di vittorie registrate
dalle forze governative sui terroristi".
In
Russia, il Presidente della Commissione Affari Esteri della Duma, il
giornalista ed esperto di geopolitica Alexei Pushkov, ha commentato
sul suo account Twitter:
"Washington
e Londra hanno dichiarato Assad colpevole ben prima delle conclusioni
degli ispettori dell'ONU. Non accetteranno altro che un verdetto di
colpevolezza. Qualsiasi altro verdetto sarà respinto."
Il
principio di una nuova guerra in Siria non quadra bene con i problemi
economici degli Stati Uniti e degli europei. Quantunque la vendita di
armi sia un modo per fare soldi, distruggere uno stato senza speranza
di ritorno sugli investimenti a breve o a medio termine, non potrà
che aggravare la situazione.
Secondo
un sondaggio Reuters/Ipsos condotto dopo l'attacco del 21 agosto, il
60% degli statunitensi si oppone a un'intervento in Siria contro il
9% che lo sostiene. Se venissero convinti dell'uso di armi chimiche
in Siria, rimarrebbero in una misura del 46% ad opporsi comunque alla
guerra e diventerebbero il 25% in favore. Lo stesso sondaggio indica
che gli statunitensi apprezzano ancora meno la guerra segreta:
addirittura l'89% dichiara che non si dovrebbe più armare i ribelli,
contro l'11% che li vuole armare ancora. Infine, quattro opzioni sono
state presentate ai partecipanti: attacchi aerei (sostenuti dal 12%),
la creazione di una no-fly zone (11%), il finanziamento di una forza
multinazionale (9%), e un intervento diretto degli Stati Uniti (4%).
In
Francia, Le Figaro, edito dal mercante d'armi Dassault, ha
posto la questione ai suoi lettori: alla fine della giornata, era il
79,6% ad opporsi alla guerra contro il 20,4% in favore.
Sarà
sicuramente difficile per gli occidentali rovesciare l'orientamento
della loro opinione pubblica ed entrare in guerra.
Un'altra
interpretazione degli avvenimenti è possibile: alcuni video che
mostrano le vittime degli attacchi chimici si sono diffusi su
internet poche ore prima degli attacchi. Sarà sempre possibile per
gli occidentali "scoprire" l'inganno nel tempo e far
marcia indietro. Tuttavia il caso delle armi chimiche in Iraq ha
dimostrato che gli occidentali potevano mentire alla comunità
internazionale e ammetterlo poi senza danno né pena una volta
maturato il fatto compiuto.
Le
accuse degli jihadisti e dei loro sponsor occidentali sono
intervenute non appena l'esercito arabo siriano ha lanciato una
grande offensiva, "Scudo di Damasco", per liberare
la capitale. Il colpo dei due obici della "Brigata
dell'Islam" corrisponde all'inizio dell'offensiva, che si è
svolta per 5 giorni e ha provocato perdite significative tra i
jihadisti (almeno 1.500 morti e feriti, sui circa 25.000 presenti).
Tutta questa agitazione può essere solo una forma di guerra
psicologica intesa sia a nascondere questa sconfitta sia a tentare di
paralizzare l'offensiva siriana. È sopratutto un modo da parte di
Washington di testare la risposta iraniana dopo l'elezione di Sheikh
Hassan Rohani alla sua presidenza. Ed è ormai chiaro che questi non
intende opporsi alla politica della Guida della Rivoluzione,
l'ayatollah Ali Khamenei.
Nondimeno,
durante la guerra contro la Libia, avevo sottovalutato la capacità
degli Stati Uniti di violare tutte le regole, comprese quelle della
NATO. Mentre, basandomi su documenti dell'Alleanza Atlantica,
insistevo sulla lunga capacità di resistenza della Jamahiriya di
fronte alla sua opposizione armata , ignoravo lo svolgersi di una
riunione segreta presso la base NATO di Napoli, dietro le quinte del
Consiglio Atlantico. A quel tempo, gli Stati Uniti, il Regno Unito,
la Francia, la Danimarca e la Turchia - oltre a Israele, Qatar e
Giordania - pianificavano in segreto l'uso di mezzi dell'Alleanza per
bombardare Tripoli [1].
Non
fidandosi dei loro alleati, che sapevano contrari a un attacco così
costoso in termini di vite umane, non li avevano avvertiti.
L'Alleanza Atlantica non era più un'Alleanza nel vero senso della
parola, ma una Coalizione ad hoc. In pochi giorni, la presa di
Tripoli ha fatto almeno 40mila morti, secondo i rapporti interni
della Croce Rossa.
Un
dispositivo simile è forse in corso di allestimento: i capi di stato
maggiore all'incirca degli stessi Stati, più l'Arabia Saudita e il
Canada, si sono riuniti da domenica fino alla sera del 27 agosto ad
Amman, sotto la presidenza del comandante del CentCom, il generale
Lloyd J. Austin III. Sul tavolo i dettagli di cinque possibili
opzioni (forniture di armi ai Contras; bersagli mirati; creazione di
una no-fly zone; creazione di zone cuscinetto; invasione terrestre).
La
stampa atlantista fa appello alla guerra. Il Times di Londra
l'annuncia.
Il
presidente Barack Obama potrebbe così seguire il piano di guerra
elaborato dal suo predecessore George W. Bush il 15 settembre 2001,
che prevedeva, oltre agli attacchi contro l'Afghanistan e l'Iraq,
quelli alla Libia e alla Siria, come ha rivelato l'ex comandante
della NATO, generale Wesley Clark [2].
Solo
che, per la prima volta, il bersaglio dispone di forti alleanze.
Con
tutto ciò, la nuova retorica USA contraddice tutti gli sforzi
prodotti dall'amministrazione Obama da un anno in qua, durante cui si
è applicata per eliminare gli ostacoli allo svolgimento della
conferenza di Ginevra 2: dimissioni del generale David
Petraeus e dei sostenitori della guerra segreta; non riconferma del
mandato di Hillary Clinton e degli ultra-sionisti; rimessa in causa
degli oppositori irriducibili a un'alleanza con la Russia, in
particolare in ordine alla NATO e allo scudo antimissile.
Contraddice
similmente anche gli sforzi di John Brennan volti a provocare scontri
in seno all'opposizione armata siriana e ad esigere l'abdicazione
dell'emiro del Qatar, nonché a minacciare l'Arabia Saudita.
Da
parte siriana, ci si prepara - per quanto si può - ad ogni
evenienza, compreso un bombardamento da parte della NATO contro i
centri di comando e i ministeri, coordinato con un assalto degli
jihadisti contro la capitale. Tuttavia, l'opzione più probabile non
è lo scatenamento di una guerra regionale che oltrepasserebbe le
potenze occidentali. È semmai un attacco in autunno, sotto la
supervisione dell'Arabia Saudita e approvato dai combattenti che essa
recluta attualmente. Alla fine, questa operazione potrebbe essere
sostenuta dalla Lega araba.
Thierry
Meyssan, 27 agosto 2013.
Traduzione per Megachip
a cura di Pino Cabras.
NOTE:
[1]
L'elenco delle decisioni di questa riunione include un lungo elenco
degli obiettivi e dei mezzi loro dedicati. Un paragrafo prevedeva di
inviare un commando per eliminarmi all'Hotel Radisson, dove mi
trovavo. Tuttavia, durante l'attacco, mi trovavo al centro stampa del
Rixos Hotel.
[2]
Questo piano prevede di distruggere anche il Libano, poi il Sudan e
la Somalia, per terminare con l'Iran.
http://www.dailymotion.com/video/xlp2d6_le-plan-us-post-11-9-envahir-7-pays-dont-l-irak-la-lybie-la-syrie-et-l-iran-selon-le-general-us-wesl_news
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