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19 maggio 2017

11/9, perché il consulente saudita dice che dietro c'erano gli USA?

di Giulietto Chiesa.


Strane cose dal mondo mentre un’America lacerata e isterica fatica a mantenere il controllo degli scenari in cui è impegolata. Ora è l’Arabia Saudita che manifesta ripetutamente segni di inquietudine e di rivalsa.
Inquietudine ben giustificata se si tiene conto che Riyadh è letteralmente appesa alla protezione americana e israeliana, e ha fondati motivi per credere che una tale America sia sempre più bisognosa di cure psichiatriche. Inquietudine che potrebbe innescare inedite reazioni vendicative, per quanto collidenti con l’interesse strategico. Come nei casi che qui stiamo esaminando, che si stanno trasformando in accuse devastanti per l’immagine e il ruolo guida di Washington.
La più clamorosa delle quali è la rivelazione saudita secondo cui “l’11 settembre 2001 è stato una operazione esclusivamente americanaprogettata ed eseguita all’interno degli Stati Uniti”. Boom! Affondati in un colpo solo i servizi segreti americani e i debunkers che da sedici anni difendono la versione ufficiale dell’11/9.
La dichiarazione è uscita sul quotidiano saudita (con sede a Londra), Al-Hayat, firmata dall’esperto legale del governo saudita, Katib Al-Shammari. Dichiarazione interessante, ma soprattutto “interessata” in quanto Riyadh è impegnata a sottrarsi alle accuse di avere partecipato in varie forme all’attacco terroristico, e di evitare quindi il micidiale codazzo di indennizzi alle famiglie delle vittime che si rovescerebbero sulle finanze dei sovrani feudali dell’Arabia Saudita. Dunque l’offensiva di Katib Al-Shammari sarebbe finalizzata a bloccare in anticipo sentenze di qualche tribunale americano. Tant’è che qualche mese fa il governo saudita ha fatto sapere a Washington che, in caso ci si incamminasse su questa strada, Riyad sarebbe pronta a ritirare quasi un miliardo di dollari dalle banche americane.
Il piatto è ricco e Katib non pronuncia parole al vento in un momento d’ira. L’11 settembre – ha detto – è uno dei temi che hanno consentito agli Usa gettare la colpa su una serie variabile di capri espiatori: da Al-Qaeda ai Taliban, dal regime iracheno di Saddam Hussein all’Arabia Saudita. E ora la minaccia di pubblicare documenti che proverebbero la partecipazione saudita all’atto terroristico dell’11/9 sarebbe la “solita operazione” di scaricare il barile sulle spalle altrui.
Il legale saudita entra pesantemente nel merito della ormai più che quindicinale disputa: “Tutte le persone ragionevoli del mondo, che conoscono le politiche americane e che hanno esaminato immagini e video [dell’11/9] , sono unanimemente concordi sul fatto che l’assalto alle Twin Towers fu una operazione esclusivamente americana, pianificata e portata a compimento all’interno degli Stati Uniti. Prova di ciò è la sequenza di continue esplosioni che drammaticamente si verificò lungo entrambi gli edifici (…). Esperti ingegneri strutturali li demolirono con esplosivi, mentre gli aerei che si sfracellarono [contro di essi] diedero il via libera alle detonazioni, ma non furono il motivo dei collassi”.
Credere in toto al signor Katib Al-Shammari non è possibile, essendo egli stipendiato per difendere Riyadh. Lo si vede bene là dove egli, insistendo sull’operazione “esclusivamente pianificata e portata a compimento negli Usa”, difende i suoi patrocinati e il Mossad israeliano, oltre all’intelligence pachistana Isi: tutti comprovatamente e variamente partecipi dell’operazione. Tuttavia chi — come me e i milioni di persone che non hanno mai creduto alla versione ufficiale dell’11 settembre — possono sentirsi in qualche misura confortati da queste deduzioni, che provengono dal campo avversario e sono destinate comunque, prima o dopo, a far saltare il coperchio della menzogna.
Ma quella di Katib Al-Shammari non è l’unica cicogna a volare fuori formazione. Il mese scorso un altro cittadino arabo-saudita, il direttore del Centro d’informazioni per gli Studi arabo russi, Dottor Majed Abdulaziz Al-Turki, ha sorpreso il foltissimo uditorio di militari di tutto il mondo (eccetto i paesi Nato) riuniti a Mosca per la Sesta Conferenza sulla Sicurezza Internazionale, con una relazione in cui ha dichiarato con tutta chiarezza che i gruppi terroristici “esprimono non se stessi ma le intenzioni di forze ignote, non visibili, in quanto sottoposti ai servizi segreti di alcuni paesi”.
Non è entrato nel dettaglio e non ha rivelatori di quali paesi stesse trattando ma, affinché non vi fossero dubbi sul significato delle sue deduzioni, ha aggiunto che questi gruppi “non hanno ideologia“, i loro scopi sono “mutevoli in quanto corrispondono ai desiderata degli sponsor e di coloro che li assoldano”. In altri termini il rappresentante saudita ha descritto i gruppi terroristici come mercenari al servizio di altri paesi, non necessariamente islamici.
Se il cognome Al-Turki indica – come si presume – la nobile famiglia di provenienza, si deve immaginare che, anche in questo caso, qualcuno a Riyadh stia cominciando a perdere la pazienza e lascia intendere che è pronto a dire, se necessario, chi guida la danza della guerra in Siria e chi c’è dietro al Califfato.
Siamo dunque di fronte a fughe di notizie che, tutte insieme, chiariscono come gli alleati degli Stati Uniti sono ben consapevoli, anche i più fedeli, del ricatto, cui sono sottoposti in continuazione, mediante la pubblicazione di materiali compromettenti. Se vale per l’Arabia Saudita, non c’è motivo di pensare che non valga per tutti gli altri, compresi gli alleati europei (intendendosi tanto di Stati quanto, personalmente, dei loro leaders).
Così si spiega assai bene come mai questi signori siano così inclini a prendere decisioni assurde, o apertamente contrarie ai loro interessi. Al punto che talvolta ci si chiede come sia possibile che siano diventati così stupidi. La spiegazione di un tale dilemma è invece molto semplice: essi eseguono ordini sotto ricatto.


9 aprile 2015

Al-Qa'ida sceglie la joint venture

di Massimo Mazzucco.
da luogocomune.net.


Dalla Stampa del 3 aprile 2015 leggiamo e commentiamo:

«L’erede di Osama bin Laden, il medico egiziano Ayman al-Zawahiri, è intenzionato a ritirarsi a vita privata entro la fine dell’anno e a sciogliere tutti i suoi seguaci dal giuramento di fedeltà verso di lui. Non solo, li invita a unirsi alle altre forze jihadiste, in pratica a fondersi nello Stato islamico (Isis) guidato dal rivale Abu Bakr al Baghdadi.»

Insomma, un po' come la FIAT di Marchionne, che si fonde con la Chrysler del rivale Lee Iacocca. Adesso aspettiamo la fusione fra Al Qaeda e ISIS, e poi vedrete che i loro titoli in borsa schizzeranno alle stelle.

«Un terremoto, se la notizia sarà confermata, nel mondo dei gruppi islamisti che avrebbe conseguenze dirompenti soprattutto in Siria dove l’Al Qaeda locale, Al Nusra, e il gruppo alleato Ahrar al Sham, competitori dell’Isis, hanno appena preso l’importante città di Idlib. Se si unissero allo Stato islamico la guerra sarebbe probabilmente a un svolta e l’intera Siria rischierebbe di diventare una potenza islamista.»
E chissà chi trarrà un vantaggio da tutto questo: Babbo Natale? O forse Cappuccetto Rosso?

«Ma la notizia bomba è ancora tutta da verificare. Finora siamo alle presunte rivelazioni fatte al suo entourage dal settantenne e stanco Al Zawahiri...»
Fate bene attenzione ai passaggi che seguono, perché fra poco la logica farà corto circuito.

«... Confidenze raccolte dall’ex jihadista Ayman Dean, fra i fondatori di Al Qaeda alla fine degli anni Ottanta, poi passato a lavorare per i servizi britannici nel 1998, quando l’organizzazione da punta di diamante in Afghanistan si era trasformata nella maggiore minaccia terroristica per l’Occidente.»
Quindi, ricapitoliamo: uno dei fondatori di Al Qaeda, Ayman Dean, "passa" ai servizi occidentali quando Al Qaeda diventa di colpo (e senza spiegazione) la "maggiore minaccia terroristica per l’Occidente", e Al Zawahiri cosa fa? Racconta proprio a Dean che "è un po' stanchino" e vuole ritirarsi. (Cioè, lo sanno persino i giornalisti della Stampa, che Dean lavora per i servizi britannici, ma Al Zawahiri non lo sa e si confida con lui?)

«Dean ha poi rivelato che il “Al Zawahiri, rinuncerà ai suoi poteri, o a ciò che gli è rimasto, sulle cellule dell’organizzazione terroristica dissolvendo il giuramento di fedeltà stipulato con esse”. A quel punto le cellule sarebbero libere di fare la loro bayah, giuramento, al califfo Al Baghdadi ...»
È davvero un peccato che Al Zawahiri si sia dimenticato di spiegare a Dean perché mai faccia tutto ciò, visto che ci hanno appena detto che Al Baghdadi è "il suo rivale". (Beppe Grillo è un pò stanchino, ma non per questo regala tutti i suoi voti a Forza Italia).

«... e il fronte islamista si ritroverebbe unico come ai tempi di Bin Laden.»
Veramente ai tempi di bin Laden non c'era nessun "fronte islamista". Addirittura, dopo l'11 settembre, Condolezza Rice disse di "non aver mai sentito nominare prima Al Qaeda". Ma tant'è, visto che viviamo nel mondo dei fumetti, fra bin Laden e il Joker di Batman non c'è poi quella grande differenza.

«Ma la notizia, nell’ambiguo mondo levantino, può essere anche letta in altri modi. Si scrive Al Zawahiri ma si legge Al Nusra.»
Ma la notizia, nell'ambiguo mondo dei servizi, può anche essere letta in altri modi. Si scrive Al Qaeda ma si legge CIA.

«Forse i qaedisti lanciano segnali di fumo all’Isis: uniamoci, mettiamo da parte rancori e rivalità, diamo una spallata a Damasco... Poi, per spartirsi le spoglie, un accordo si troverà.»

Forse la CIA getta fumo negli occhi dei giornalisti: unifichiamo le nostre operazioni in Medio Oriente, e cerchiamo di toglierci dai coglioni Assad una volta per tutte. Poi per il petrolio faremo un po' per uno.


Dimenticavamo: Dove è uscita la notizia? Sempre La Stampa ci dice che è stata pubblicata "dal quotidiano Al-Hayat, proprietà di un principe saudita basato a Londra." Quindi: gli stessi finanziatori dell'ISIS, i sauditi, ci fanno sapere che l'odiata "rivale" Al Qaeda vuole unirsi a loro.

A proposito, avrei un ponte da vendere dalle parti di Manhattan. Qualcuno è interessato?


Fonte: http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=4684

DI MASSIMO MAZZUCCO VEDI ANCHE:
"11/9 - La Nuova Pearl Harbor" - Documentario
Un documentario di 5 ore (3 DVD) riassume gli argomenti principali del dibattito sull'11/9 - SEGUONO 50 DOMANDE

28 aprile 2013

Grillo, e-mail, colombe e serpenti

di Pino Cabras - da Megachip.


Ha ragione Beppe Grillo a denunciare il silenzio di partiti e istituzioni rispetto alle gravissime intrusioni informatiche nella vita privata dei parlamentari Cinquestelle. Chi non stette in silenzio in tempi non sospetti fu Giulietto Chiesa. A risentire oggi il suo videoeditoriale del 27 febbraio, all’indomani del clamoroso successo elettorale delle liste di Grillo, vengono i brividi:
«Si può star sicuri che, per ognuno degli oltre centosessanta deputati e senatori dell’opposizione, si stanno già compilando i dossier: i servizi segreti sono lì per quello, non penseremo mica che se ne staranno con le mani in mano. Si scava e si scaverà nelle loro vite, si cercheranno le loro magagne, per poi “spenderle” prima o dopo nella melma degli intrighi di Palazzo».
 La prima ad essere colpita è stata Giulia Sarti, 26 anni, uno dei nomi in corsa per la presidenza del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica. Ossia l’organo del Parlamento che controlla i servizi segreti.
Alle sue profetiche considerazioni, Chiesa aggiungeva che «la nostra fortuna è che saranno dei dossier poveri e “giovani” e quindi conteranno poco, perché questo non è un personale ricattabile».
La valutazione risalta di fronte al clima di ricatto e di “decisioni già prese in altre sedi” che sta caratterizzando le scelte sul nuovo governo di “larghe intese” (larghe di taglia XXXL). I veri ricattabili sono altri. La Sarti e altri suoi colleghi Cinquestelle non hanno nei loro armadi gli scheletri delle coperture alle scalate bancarie, né degli accordi di spartizione di tangenti per la linea TAV, né dei baratti sottobanco sulle concessioni televisive. Non si affannano dietro ai ricatti incrociati delle trattative Stato - Cosa Nostra. I neodeputati non sono insomma ghermiti dalla Storia degli ultimi vent’anni. Vent’anni fa Giulia Sarti andava in prima elementare. Sono altri a fare di tutto, perfino contro i propri elettori, non importa quanti milioni ne perdono.
Come sporcare questi giovani, allora, e spaventarli, umiliarli, in un Paese in cui i poteri occulti usano tutte le gradazioni della minaccia? Non potendo ricorrere alle armi usate su gran parte degli altri esponenti politici, con i grillini si va fino ai recessi della loro intimità, violando profondamente un diritto fondamentale riconosciuto dalla Costituzione, la libertà e segretezza della corrispondenza. È per questo che ogni minuto di silenzio del supremo garante della Costituzione - rieletto lo stesso giorno in cui si distruggevano le intercettazioni che lo riguardavano - suonava sempre meno rassicurante, fino a diventare un cupo messaggio politico. Tutti devono essere ricattabili.
Una vita fa Beppe Grillo girò uno dei suoi pochi film, “Cercasi Gesù”, di Luigi Comencini. Non ricordo se fu citato o no questo passo del vangelo di Matteo: « Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe». Quanto al lato colombe, ci siamo. Quanto al lato serpenti, non ci siamo proprio, ed è ormai un problema per la nostra democrazia.
Il che non significa “scongelarsi e mescolarsi”, nel senso che vorrebbe il nuovo visir del potere arroccato, Enrico Letta. Servirà più tattica, che non è tatticismo. E più strategia: un governo ombra, ossia dirigenti pienamente politici.