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10 novembre 2008

Le minacce a Obama: abboccano solo i media italiani

di Paolo Maccioni
da «Megachip»





Per alcuni giorni l'informazione italiana ha riempito le sue prime pagine di un allarme basato sulla voce di un fantasma, Omar Abu al-Baghdadi. Un terrorista che i militari USA avevano già ammesso inesistente nel 2007. ««È stato utilizzato un attore iracheno per leggere le dichiarazioni attribuite a Baghdadi», riconobbero allora. Se qualcuno avesse fatto il suo mestiere, oggi non ci sarebbe stata nessuna base per tanta rinnovata isteria. Ma andiamo con ordine.
Il 7 novembre 2008 quasi tutti i giornali italiani davano grande rilevanza a un' allarmante notizia: “Al-Qaeda agli Usa: ora ritiratevi”, come titolava «La Stampa».
Sul «Corriere della Sera» il titolo era: “Al-Qaeda a Obama: convertitevi” .
Addirittura «il Giornale», house organ della famiglia Berlusconi , scrive: “Al-Qaeda minaccia Obama: converitevi e ritiratevi”.
E così pure, con toni più o meno analoghi, i serpentoni di Rainews24 del tg Sky ( “ Al-Qaeda minaccia Obama sul web ” ) e di tutti i Tg , tutti a credere al file audio del presunto Abu Omar al-Baghdadi.
Fa eccezione Toni Fontana, («l'Unità»): su al-Baghdadi ammette: «Nessuno lo ha mai visto, l'intelligence americana dubita addirittura della sua esistenza», senza ulteriori riscontri. Per il resto, la stampa italiana spara l'allarme.
A guardare invece i siti dei maggiori quotidiani statunitensi, e così i media britannici e i network internazionali, appare poco o nulla. Il «New York Times» solo l' 8 novembre pubblica un articolo che tuttavia ha un titolo ben diverso: “Jihadi Leader Says Radicals Share Obama Victory” , ossia “Un leader della jihad dice che gli integralisti partecipano alla vittoria di Obama”. Più correttamente scrive che si tratta di un leader della jihad, non di al-Qaeda come invece scrivono i nostri quotidiani.
È vero: Abu Omar al-Baghdadi in passato è figurato come leader del presunto “ Stato Islamico dell'Iraq ” che rivendica vicinanze alla non meglio precisata galassia al-Qaeda . Tuttavia la parola “al-Qaeda”, l'evocazione stregata che fa rabbrividire, compare sul «New York Times» solo nel testo, non nel titolo. E la minaccia riportata dai quotidiani nostrani semplicemente non c'è .
Venerdì 7 novembre il «Washington Post» diramava senza enfasi, in poche righe quasi irrintracciabili , un 'agenzia dal titolo : “Gli insorti a Obama: ritiratevi dall'Iraq”. Nel dispaccio si legge che Al-Baghdadi è il «sedicente leader del fronte al-Qaeda dello Stato Islamico dell'Iraq». L'agenzia poi, correttamente, spiega che a riferire tutto ciò è “il SITE Intelligence Group che monitora i siti islamici” (precisazione importante, ma che non compare sui media italiani).
Ora i meno sprovveduti, a differenza delle distratte truppe da desk delle nostre redazioni, sanno che significa SITE, il “gruppo di intelligence” che sa in anticipo le date di uscita e diffonde come trailers gli annunci di imminenti video e audio dei siti estremisti islamici. Il SITE , un'agenzia collegata anche ai siti del MEMRI, l'istituto che riempie le redazioni occidentali con la pappa pronta di traduzioni dai media mediorientali tese a mostrarli come un blocco fanatico, è profondamente condizionata da società legate ai servizi segreti statunitensi e israeliani.
Forse i media USA per disciplina attendono conferme indipendenti dell'autenticità dei proclami sui siti web diramati dal SITE, prima di sparare allarmi in prima pagina? Può darsi che a furia di inciampare sui facili sensazionalismi abbiano imparato a prendere certi comunicati con le molle.
Considerate dunque per un istante l'incredibile rivelazione del Luglio 2007 – fatta da un generale di brigata americano, Kevin Bergner, alla giornalista Tina Susman – su un terrorista iracheno impersonato da un attore: « Il presunto capo di un gruppo iracheno affiliato ad al-Qaeda, è stato dichiarato non-esistente da ufficiali USA. I quali hanno chiarito che si trattava di una persona immaginaria creata per dare una faccia irachena a una organizzazione terroristica straniera.» (T. Susman, “US says Iraqi rebel head is an invention”, «Los Angeles Times», 20 luglio 2007).
Avete letto bene. E si parlava proprio di Baghdadi. La dichiarazione sorprende, se si pensa che a marzo 2007 il cattivone era stato dichiarato catturato, mentre a maggio fu dichiarato ucciso, e il suo presunto cadavere venne perfino mostrato alla TV di Stato irachena. L'articolo proseguiva così: «È stato utilizzato un attore iracheno per leggere le dichiarazioni attribuite a Baghdadi, da ottobre indicato come il leader dello ‘Stato Islamico in Iraq', ha detto il generale di brigata dell'esercito USA Kevin Bergner. Bergner ha detto che la nuova informazione è venuta da un uomo catturato il 4 luglio, descritto come l'iracheno più alto in grado nello Stato Islamico in Iraq». Il livello di attendibilità delle rivendicazioni è dunque molto basso, mentre è elevatissimo il tasso di manipolazione. Fiction, più che politica. Teatro dell'assurdo, anziché informazione.
Un buon esercizio per misurare lo stato di salute della nostra informazione (purtroppo limitato solo a chi padroneggia l'inglese) può essere quello di confrontare l'articolo del «New York Times» con uno qualsiasi dei nostri, dal «Corriere» o dalla «Repubblica», per non dire de «Il Giornale». Provare per credere.
Se la minaccia fosse seria e da prima pagina, come appare al lettore italiano, com'è che non abbiamo registrato nessuna reazione da parte dell'amministrazione Usa, né di quella uscente, né di quella in via di insediamento ? Com'è che non c'è stata nessuna chiosa sui grandi media internazionali?
Misteri. Cosa hanno le nostre testate che manca a quelle americane? Perché questa evidente discrepanza fra noi e gli altri? Qual è, e come funziona la catena che fa sì che una notizia prenda una certa piega e si diffonda in modo quasi uniforme su tutte le testate? Forse, anzi senz'altro, la parola “al-Qaeda” nel titolo fa vendere copie, alza l'audience, moltiplica gli accessi alle pagine web. Ma allora il lettore è solo un consumatore? E in tal caso, quanto rispetto ha di lui chi fa informazione?
Domande interessanti, le cui risposte se soddisfacenti ci aiuterebbero a comprendere meglio non solo il pianeta ma anche come funziona il mondo malandato dell'informazione nel nostro Paese.
Incidenti redazionali di un giorno? Niente affatto, è proprio una tendenza, un modo di funzionare del giornalismo nostrano.
Il giorno dopo, la discrepanza fra i media italiani e il resto del pianeta è apparsa ancora più evidente . I nevitabile porsi domande, inevitabile che nascano dubbi e sospetti.
Il serpentone del TG Sky mette come terza notizia “Al-Qaeda prepara un attacco negli Usa più grande dell'11 settembre”, notizia comunicata pure dai Gr Rai e da tutti i T g pubblici e privat i , e sulle prime pagine di tutti o quasi i quotidiani. Su «la Repubblica» la notizia di apertura diventa un guazzabuglio gorgogliante in cui c'entrano anche l'Iran e lo Scudo Spaziale .
Ora , se una notizia così grave – e in effetti suon erebbe come tale - passa fra le più importanti news di tutti i media nostrani, com'è che quasi non se ne trova traccia nel resto del mondo? Come si fa a non chiederselo? Forse che all'estero sono più spensierati?
Mi sono affannato a ritrovarla pure su BBC World News, su Al Jazeera International, sulla CNN, sia sui canali satellitari che su Internet, sui vari media e network planetari. Niente. Niente sulle prime pagine del «Times» di Londra, del «New York Times», del «Washington Post». Com'è possibile che il «Washington Post» non si allarmi come i nostri media? Se è da prima pagina da noi, com'è che non è in prima pagina da loro, dato che li riguarda direttamente? Ma sopratutto come non ci si può fare domande del genere? Il lettore può non farsele, quanti sono coloro che vanno a leggersi « The Washington Post» online? Ma in una redazione, dato che vivono quasi incatenati al desk, non possono non confrontarsi, non accorgersi di essere gli unici sul pianeta a dare l'allarme! Sono forse gli unci svegli nel mondo?
La notizia che “Al-Qaeda prepara negli Usa un attentato peggiore dell'11/9”, titolo principale de « la Repubblica» online, è attinta da una fonte che ha parlato in forma anonima a un giornale yemenita , «al-Quds al-Arabi», in lingua araba ma pubblicato a Londra. «Il quotidiano diretto da Abdel Bari Atwan – si legge su repubblica.it - ha pubblicato oggi in prima pagina le rivelazioni di una persona definita “molto vicina alla direzione di Al-Qaeda nello Yemen”.»
Dunque una fonte anonima su un quotidiano in lingua araba di cui – si accettano scommesse – i redattori italioti non sanno niente . Chissà quante fonti anonime nel tempo avranno espresso minacce o imminenti attacchi qua e là nell'infinita galassia dell'editoria planetaria, del mondo arabo in particolare. Ma una cosa del genere può davvero essere schiaffata in prima pagina? No.
Una cosa è dire “Al-Qaeda prepara negli Usa un attentato peggiore dell'11/9”, al di là di tutte le ragionevoli perplessità sulla paternità esclusiva di Al-Qaeda dei famosi attentati. Ben altra cosa è dire che una non precisata fonte (pertanto chissà quanto attendibile) avrebbe detto ad un quotidiano quasi invisibile che Al-Qaeda prepara negli Usa un attentato peggiore dell'11/9. Per chi lavora questa fonte? Magari è genuina ma magari no, potrebbe pure essere qualcuno a cui conviene che nell'Occidente si rafforzi il terrore per al-Qaeda. In ogni caso, data la seconda ravvicinatissima discrepanza fra la dignità e il clamore concesso a notizie del genere in Italia e nel resto del mondo c'è da chiedersi: ma forse da noi esiste qualche agenzia, qualche apparato sotterraneo nelle agenzie o nelle redazioni che butta queste esche? Può darsi. Ma la ragione potrebbe essere più semplice, senza dover scomodare ipotesi di complotto: in tutte le redazioni ci sono gli “ eserciti del desk ” cui basta poco, forse abboccano all'amo pure senza esca. E, cosa ben più grave, capi di redazione e direttori che non emendano, che non sanno o non vogliono ponderare, verificare, confrontare . A loro interessa vendere, registrare ascolti. E con un senso di responsabilità basso, bassissimo. Pedine più o meno inconsapevoli di un gioco più grande di loro che vuol vendere la paura, merce buona per tutte le stagioni. Alla larga dalle edicole e dai canali televisivi italiani! Imparate l'inglese, guardate altri canali sul satellite e leggete quotidiani internazionali online. Verrete trattati da lettori, da cittadini, anziché da consumatori cui rifilare merce guasta.
Ed ecco la controprova. Serata di domenica 9 novembre 2008. Tutte le testate hanno ritirato da serpentoni e homepage la notizia, o quanto meno l'hanno di molto ridimensionata. Su repubblica.it si passa in poche ore dal titolo d'apertura della homepage al rango di notizia introvabile, scomparsa, senza più traccia.
Nondimeno , Sky persevera: il ‘‘Sondaggio del giorno'' – probabilmente affidato a una cornacchia - chiede: «Al-Qaeda minaccia nuovi attacchi agli Usa: secondo te è possibile un attentato più grave di quello dell'11/9?'».
Ma se i più titolati organi d'informazione nazionale ritirano la notizia significa che hanno ritenuto non meritasse l'enfasi che le avevano dato in precedenza, altrimenti perché ritirarla, data la sua gravità ? Ergo - aristotelicamente - ammettono indirettamente l'errore di valutazione, dunque, perché non si scusano con lo spettatore-lettore-internauta?
Ma soprattutto: che diavolo succede allo spettatore-lettore-internauta italiano che non si fa queste domande, non esige queste scuse e domani è pronto a sorbirsi una nuova bolla di sapone? Se non cambia l'atteggiamento dell'utente, perché mai chi vende merce di seconda scelta dovrebbe smettere di farlo?
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Il presente articolo è stato ripreso anche da «AltraInformazione» [QUI], e da «Uruknet» [QUI].

31 ottobre 2008

Che sta succedendo all’Università italiana?

di Adriana Di Liberto e Emanuela Marrocu, economiste
22 ottobre 2008
Articolo originale: [QUI]



Questa settimana è stata pubblicata la classifica del Times sulle 200 migliori Università del mondo. L’unica Università italiana che compare nella lista è Bologna al 192 posto. Un dato negativo che dovrebbe far riflettere sui pericoli legati agli ultimi interventi del Governo in questo settore. E se si confrontano le scelte italiane con quelle di altri paesi (per esempio la Francia), la preoccupazione non può che aumentare.


Questa settimana è stato pubblicato il Times Higher Education-QS World University Rankings survey che fornisce una classifica delle prime 200 Università del mondo sulla base di dati relativi alla qualità della ricerca, al loro profilo internazionale e agli esiti nel mercato del lavoro degli studenti. In un articolo di commento alla classifica il Times si sorprende del fatto che tra le prime 100 migliori Università del mondo sia scomparso l’Ateneo di Bologna. A questo dato si può aggiungere che tra i primi 100 atenei non compare alcuna Università italiana. Le prime dieci università sono tutte statunitensi e britanniche. Ma nelle prime 100 compaiono anche atenei cinesi, irlandesi, svedesi, olandesi, coreani, francesi, svizzeri, australiani, belgi, russi, neozelandesi, tedeschi, canadesi, finlandesi, israeliani. In particolare, in questo gruppo le Università asiatiche sono ben 13. Scorrendo la classifica dal 101esimo posto al 200esimo troviamo il Messico, che piazza la sua migliore università al 150esimo posto e la Tailandia al 166esimo insieme a molti altri atenei presenti in nazioni a medio reddito.

Whatever happened to the University of Bologna?

E l’Italia? Bologna, unica università italiana presente tra le prime 200, è al 192esimo posto. Il fallimento dell’Università di Bologna ha colpito la fantasia del reporter inglese perché Bologna è stata la prima Università fondata nel mondo occidentale (nel 1158) e si era finora distinta nel mondo per la qualità dei suoi docenti e dei suoi corsi. La situazione dell'ateneo bolognese rispecchia perfettamente quella dell'Università italiana: un passato glorioso, un presente drammatico ed un futuro fosco a meno di interventi radicali. La nostra è proprio una Università (ed un paese) in declino.

Inutile ricordare come fa l’articolo che nel mondo attuale l’economia si basa sempre più sullo scambio di idee (brain power) più che di manufatti. Il mondo industrializzato ed i paesi in crescita hanno capito che bisogna essere attrezzati a capire e governare l’"economia della conoscenza" e che per fare questo la prima infrastruttura è costituita dalla presenza di buone Università. L’India, solo per fare un esempio tra i vari riportati nell’articolo, ha più laureati dell’intera europa ed il settore R&S indiano si è triplicato (non per magia, ma attuando i giusti interventi) in un decennio.

La politica italiana invece non l'ha ancora capito e presenta sempre una agenda in cui le priorità sono ben altre. L'attuale Governo ha appena varato una legge che taglia un miliardo e mezzo di euro per i prossimi tre anni e bloccato l’arrivo di nuovi giovani riceratori alla già impoverita e vecchia Università (su questo si veda anche un precedente articolo) senza alcuna misura che modifichi la disastrata governance del settore.

Questo taglio peggiora una situazione già seriamente pregiudicata. Se si considera la spesa per studente per l'istruzione terziaria in Italia e nei 13 paesi dell'area Euro, si scopre che nel 2001 quella italiana era pari al 91% di quella media dei 13 paesi, e che lo stesso indice era sceso al 77% nel 2005 (dati Eurostat).

L’articolo del quotidiano britannico si conclude invece con un invito a non cullarsi sugli allori (quello britannico risulta il secondo migliore al mondo) ed a sostenere ulteriormente il settore universitario nazionale. Questo, si dice, va considerato uno dei migliori investimenti che uno stato possa fare. Perché è chiaro che ormai “…the money will follow wherever the knowledge goes. And that is no longer to Bologna.”


Nel frattempo, in Francia...

Ancora qualche dubbio sul fatto che la risposta italiana alla crisi economica in atto è, in tema di istruzione universitaria, gravemente sbagliata e del tutto miope? Ecco un confronto tra le scelte francesi e quelle del nostro Governo. Un mondo di differenza di visione strategica, non a nostro vantaggio.


Italia ↓

Al comma 13 dell’art. 66 della legge italiana 133/2008 (disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria) si stabilisce che “…il fondo per il finanziamento ordinario delle università è ridotto di 63,5 milioni di euro per l'anno 2009, di 190 milioni di euro per l'anno 2010, di 316 milioni di euro per l'anno 2011, di 417 milioni di euro per l'anno 2012 e di 455 milioni di euro a decorrere dall'anno 2013”. In 5 anni il finanziamento ordinario delle università viene ridotto per un totale di 1 miliardo e 441,5 milioni di euro.


Francia ↑

Lo scorso 26 settembre Valérie Pécresse, ministro dell’università del governo francese, in un comunicato stampa annuncia che “Le budget de l'Enseignement supérieur et de la Recherche constitue la première priorité budgétaire du Gouvernement, notamment avec un effort supplémentaire de 1,8 Md € en 2009, 2010 et 2011. Il traduit l'engagement de campagne du Président de la République de faire de la connaissance un pilier d'une croissance durable et du développement social. L'augmentation des moyens budgétaires et fiscaux sera de 6.5% en 2009 et de presque 17% sur la période 2009-2011.”

Traduzione aggiunta rispetto all'articolo originale:

“Il budget degli studi superiori e della ricerca costituisce la prima priorità di bilancio del Governo, compreso uno sforzo supplementare di 1,8 mld € nel 2009-2010-2011. Riflette l'impegno elettorale del Presidente della Repubblica teso a fare della conoscenza un pilastro di una crescita duratura e dello sviluppo sociale. L'aumento delle risorse di bilancio e fiscali sarà del 6,5% nel 2009 e quasi del 17% lungo il periodo 2009-2001".


Il grafico che segue rappresenta l’andamento del finanziamento pubblico all’università ponendo uguale a 100 il livello di spesa nel 2008 in entrambi i paesi.*



E’ già di per sé curioso scoprire che, mentre in Italia riteniamo che sia urgente ridurre i finanziamenti alle università pubbliche per garantire lo sviluppo economico, in Francia si ritenga esattamente l’opposto, è ancor più curioso scoprire che in un altro articolo della legge 133/2008 (art. 14) si preveda che “Per la realizzazione delle opere e delle attività connesse allo svolgimento del grande evento EXPO Milano 2015 in attuazione dell'adempimento degli obblighi internazionali assunti dal governo italiano nei confronti del Bureau International des Expositions (BIE) è autorizzata la spesa di 30 milioni di euro per l'anno 2009, 45 milioni di euro per l'anno 2010, 59 milioni di euro per l'anno 2011, 223 milioni di euro per l'anno 2012, 564 milioni di euro per l'anno 2013, 445 milioni di euro per l'anno 2014 e 120 milioni di euro per l'anno 2015.” Il totale è di 1 miliardo e 486 milioni di euro, quasi la stessa somma che si “risparmia” riducendo i finanziamenti all’università.
E’ ovvio che la coincidenza è puramente casuale, altrimenti in Italia avremmo trovato una ricetta molto originale per garantire lo sviluppo economico: - università, +Expo.

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* Breve nota metodologica. Il grafico confronta gli annunci ufficiali di programmazione su fondi universitari, in Italia e in Francia. Il dato francese si riferisce alla spesa generale per l’università; quello italiano si limita al fondo ordinario. In altre parole, in via di principio potrà succedere che interventi futuri su altre voci di spesa compensino in parte il gap con la Francia. Per ora niente di simile è stato annunciato da parte del governo italiano, e dubitiamo che ciò possa accadere in seguito. Benché dunque il grafico confronti i trend di due grandezze fra loro non perfettamente omogenee, esso offre indicazioni preziose sulle diverse scelte strategiche odierne dei due governi. Se poi l’Italia annuncerà nuove risorse capaci di compensare ciò che oggi appare un gap crescente, saremo ben lieti di aggiornare il grafico.