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02 novembre 2008

Licio Gelli: anchorman degli anni 2000, idee degli anni 30, amici degli anni di piombo

di Pino Cabras
Articolo originale pubblicato su «Megachip» [QUI]




Licio Gelli, l'anchorman degli anni duemila con le idee degli anni trenta e gli amici degli anni di piombo: presto vedremo “Venerabile Italia”, il suo autoritratto televisivo. Mi chiedo quale potrebbe essere il suo ritratto cinematografico. Un regista ci sarebbe pure, George Clooney, un intellettuale sensibile che ha saputo fare ottimi film sugli uomini della CIA e sulla vita di un influente conduttore televisivo.
Il vecchio capo della loggia P2 sintetizza tutto. Abbiamo l'uomo della CIA. Avremo anche l'influente conduttore.
Solo che Clooney nel film “Good Night, and Good Luck!” aveva raccontato la coraggiosa carriera di Edward R. Murrow, il giornalista americano che aveva demolito la caccia alle streghe anticomunista del senatore McCarthy. Nel caso italiano invece non c'è spazio per un Murrow. Il suo posto lo prende direttamente un McCarthy più longevo e più occulto.
E mentre Murrow aveva la reputazione di un giornalista onesto, credibile, dalla scintillante integrità, ora lo schermo sarà tutto per un pluripregiudicato, condannato in via definitiva per gravi reati: calunnia, depistaggio per la strage di Bologna, bancarotta fraudolenta (12 anni) e altro ancora. Per Clooney, minimo sforzo con massimo risultato. Gli basterà mettere il segno meno davanti ad ogni capoverso della sua vecchia sceneggiatura, e avrà in pochi minuti un nuovo e irriconoscibile racconto.
Cosa accadrà, ora che Licio Gelli ci riscriverà la storia degli ultimi ottant'anni? « Ai tempi del fascismo non sapevo di vivere ai tempi del fascismo », ha detto Hans Magnus Enzensberger .
Come a dire: è difficile relativizzare un fenomeno storico, se il giudizio della Storia non si è ancora prodotto.
L'anziano piduista taglia il nodo gordiano dei giudizi ingarbugliati e definisce i nostri tempi. «Il fascismo è qui»: questa era la frase che Gianfranco Fini pronunciava ai tempi del MSI, quando era arrivato a essere un alleato dell'allora Capo dello Stato, Francesco Cossiga, nel periodo delle sue “picconate” presidenzialiste. «Avevo molta fiducia in Fini – spiega oggi Gelli - perché aveva avuto un grande maestro, Giorgio Almirante: oggi non sono più dello stesso avviso, perché ha cambiato.» Per Fini il fascismo non è più qui, e ora lo definisce come «il Male Assoluto». È un'esagerazione che molti antifascisti non userebbero, ma una moneta spendibile per aspirare alla presidenza della Repubblica, non più da presidenzialista ma da politico attento a un cerimoniale bipartisan.
Ma stiamo scherzando? Ora che la P2 può proclamare di aver vinto, di aver distrutto il vecchio senso comune costituzionale, di aver plasmato come un retrovirus il Dna dell'opinione pubblica grazie alle TV di Silvio, che poi ha saputo giocare pro domo sua, proprio ora che si può chiudere il cerchio, dovremmo rinunciare al presidenzialismo elaborato dalla P2? Fini, Fini. Continua a immergerti nei fondali, che è meglio.
Qua serve uno che completi il vecchio Piano di Rinascita democratica della P2, cosicché «l'unico che può andare avanti è Berlusconi: non perché era iscritto alla P2, ma perché ha la tempra del grande uomo che ha saputo fare», chiosa Gelli, con l'accondiscendenza di un kingmaker sì distaccato, ma attento a riaprire bene la lunga partita presidenzialista. Al prossimo Quirinale gelliano serve un grande volume di fuoco. Serve l'uomo che a suo tempo aveva tutti gli appoggi per creare una nuova identità americanizzata della provincia italica, ancorché in una strana chiave siculo-brianzolo-televisiva. Occorre la leadership di un'Italia post-antifascista che ha espugnato via via le casematte culturali del vecchio faticoso compromesso costituzionale. Bisogna ricorrere ancora all'energia della vecchia Tessera P2 1816 per dare un tetto duraturo agli intellettuali organici del nuovo disegno, agli zelanti costruttori di patacche, come i falsi diari di un Mussolini compassionevole, o le docufiction seriali sulla Resistenza di Giampaolo Pansa, l'acuto scopritore del fatto che in guerra c'è morte e crudeltà.
Serve insomma una grande operazione culturale che dia il colpo di grazia ai cascami dell'antifascismo e perfezioni il Piano. Non vale più nemmeno la pena nascondersi. L'Occulto si palesa. Si vantano in tutta tranquillità amicizie mafiose e si vincono lo stesso le elezioni. Si potranno a questo punto vantare crimini ben peggiori, stragi, e sedimentarli come cultura. Ecco allora che si usa fino in fondo l'armamentario fascista compresso per anni.
«Non c'è ordine» lamenta Gelli, mostrando così anche il suo spaesamento retrogrado. Licio vuole un ordine da vecchia destra azzimata, quella che “non si sciopera”: «Non mi interessa la minoranza, che non deve scendere in piazza, non deve fare assenteismo, e non ci devono essere offese».»
Nel mentre però non è più la stessa Italia di un tempo, frontiera calda con il mondo comunista. È un'Italia più marginale, provinciale, declinante, impoverita, più 'sudamericana'. Un ambiente che il venerabile maestro conosce bene. Un corpo nazionale così spossato da non saper resistere a certe spinte, alle revisioni più smaccate, o al manifestarsi di tutti gli impeti reazionari: come nel caso di Cossiga, che ricorda quando mandava agenti provocatori nei movimenti studenteschi per manovrare le violenze e che subito è accontentato per il sequel del suo vecchio film.
Un noto programma televisivo di MTV è «Pimp My Ride». Il format consiste nel recupero di vecchie auto malmesse e nel loro aggiustamento da parte di meccanici e designer, i quali aggiungono una quantità esagerata di accessori ed elaborazioni che poi lasciano a bocca aperta i proprietari. Pimp nello slang americano vuol dire magnaccia: e le auto “pimpate” si caricano di ogni sorta di ammennicolo che le rende ridicole e kitsch.
Se riprendiamo il titolo e il significato di una canzone di Caparezza, possiamo re-intitolare lo show di Gelli «Pimpami la Storia». Le premesse ci sono tutte.
In giro è tutto un “pimpare” la realtà, in mezzo ai vecchi riflessi d'ordine. Anni di “Guerra al Terrorismo”, la versione mondiale della “strategia della tensione” sperimentata in Italia negli anni d'oro di Gelli, non passano invano.
Una vittoria di Obama alle presidenziali USA non invertirebbe facilmente la tendenza. Non lo farebbe facilmente negli Stati Uniti, in mezzo al crollo finanziario che militarizza l'ordine pubblico. Figuriamoci nelle incattivite società europee. Da Gelli e i suoi tesserati non arriverà certo nessuna operazione verità sulla crisi, ma un ripiegamento peronista. Motivo di più per aprire le porte della comunicazione.
Good night. And good luck!