27 aprile 2009

La Febbre Suina distoglie l’attenzione dai documenti sulla tortura

di Lori Price - legitgov.org
Traduzione di Pino Cabras per «Megachip»


Immagine tratta da www.insertosatirico.com

In uno di quei momenti in cui Robin esclamerebbe «Santo cielo, capita a fagiolo, Batman!», un ‘originale’ virus influenzale (di quelli verosimilmente inventati presso i laboratori dell’esercito USA) surclassa la copertura mediatica delle rivelazioni sul fatto che i più alti livelli del governo statunitense davano istruzioni alla CIA (e ai contractor privati) affinché torturassero i sospetti di terrorismo.

Gli scienziati hanno affermato che il virus combina materiale genetico di maiali, uccelli ed esseri umani in un modo che i ricercatori non avevano mai visto prima. «Siamo molto, molto preoccupati», ha detto il portavoce dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Thomas Abraham. «Siamo di fronte a quel che sembra essere un ‘virus inedito’ che si è diffuso da esseri umani a esseri umani», ha dichiarato. «Siamo tutti in massima allerta, al momento.»

Indovinate dove scoppiò per la prima volta l’influenza suina? Esatto, a Fort Dix, New Jersey, nel 1976. Anche quella plausibilmente creata in un laboratorio dell’Esercito USA. Tredici soldati morirono, portando il governo USA a forzare l’inoculazione di un discutibile vaccino sulla popolazione, supportato da una scappatoia legale su indirizzo e per conto dei farma-terroristi. In seguito, la gente ha iniziato a morire non a causa dell’influenza, ma del “vaccino”.

Tutti i maggiori canali mediatici hanno riferito il fatto che alcuni bioterroristi angloamericani hanno manipolato il virus dell’influenza aviaria presso laboratori universitari e dell’Esercito. Questo nuovo ceppo influenzale, di un tipo che “nessuno ha mai visto”, contiene influenza aviaria. Ora, come può mai succedere “ciò”?
Il CLG (il gruppo di attivismo politico Citizens For Legitimate Government, Ndt) ha seguito da vicino le “stranezze” legate all’influenza per otto anni. Si veda: Flu 'Oddities' e Flu 'Oddities' News Archives.


Articolo originale: Flu Kills The Torture Memos


26 aprile 2009

La “Reductio ad Hitlerum” di Ahmadinejād

di Pino Cabras – da «Megachip»


Traduzioni diverse e inconciliabili, versioni misteriosamente sforbiciate, altre versioni arricchite da frasi mai pronunciate, un crash del sito presidenziale iraniano, pagliacci in sala, grandi assenti, alcuni presenti che se ne vanno in gregge. Tutto si può dire, sui discorsi del presidente dell’Iran, Mahmūd Ahmadinejād, ma non certo che passino lisci. Il suo discorso tenuto a Ginevra il 20 aprile alla Conferenza Onu sul razzismo non ha fatto eccezione. Si è visto il solito grande putiferio, le indignazioni e i trionfi. Ma soprattutto, grandissime manipolazioni a corto e a lungo raggio mediatico. Sullo sfondo, la questione della natura dello stato israeliano e le minacce di guerra all’Iran.

Si è ripetuto il solito schema in cui tutti sembrano presi da un’incombenza senza sapersi distaccare da essa.

Ahmadinejād si è fatto interprete di parole d’ordine dure, vulgate della storia che rappresentano Israele come una costruzione artificiosa e dannosa, e ha enfatizzato posizioni largamente condivise dall’opinione pubblica dei paesi islamici. Nelle parole pronunciate nel suo discorso non ha mai messo in dubbio l’Olocausto - come ha invece fatto ambiguamente in precedenti occasioni - ma diversi reportage del suo discorso di Ginevra si sono basati su questa frase non pronunciata.
Israele da parte sua ha mobilitato una campagna di influenza e comunicazione su scala planetaria che pretende di considerare l’Iran come una minaccia militare terribile, immediata e concreta. Assieme agli USA, Israele è l’unica potenza in grado di esercitare una pressione così efficace e coordinata, totalmente integrata con le strategie d’intelligence e militari, nei confronti delle posizioni di politici, diplomatici e direttori dei media di tantissimi paesi.

Gli organi d’informazione hanno amplificato una manipolazione della realtà che, parafrasando il padre dei neocon, Leo Strauss – potremmo definire «Reductio ad Hitlerum».
La Reductio ad Hitlerum (o «reductio ad nazium») è un modo di dire ironico che indica, nelle vesti di una locuzione latina falsa, un trucco dialettico volto a squalificare un interlocutore politico. Lo stratagemma sta nel paragonarlo a un personaggio scellerato (nel caso di massima, Adolf Hitler). Questo espediente polemico, secondo una tipica fallacia logica che ricalca l'«Argumentum ad hominem», vuol portare a estromettere la persona che ne è bersagliata dal terreno del normale dibattito politico fino a impedire un confronto sostanziale con le sue tesi.

Anche per Ahmadinejād i riferimenti a Hitler si sono sprecati, con il sottinteso che l’Iran, con il suo regime zeppo di poteri e contropoteri e la sua retorica anti-israeliana, non sia altro che la replica del ferreo regime totalitario e bellicista della Germania nazista. Una paragone storicamente insensato, ma su cui si baserà l’aggressione lungamente auspicata, il giorno che qualcuno porterà alle porte di Teheran un’altra guerra preventiva.

Così, un discorso del tutto privo di novità rispetto al verbo iraniano degli ultimi trent’anni è diventato in tutto e per tutto un pretesto per alimentare un’isteria mediatica ben guidata, che ha coinciso con bandiere israeliane in mondovisione da Auschwitz, minuti di silenzio per ricordare la Shoah, e minacce militari sempre più esplicite nei confronti dell’Iran – quasi un ultimatum a Obama - da parte degli scalpitanti generali israeliani.

Chi avesse voluto leggersi il discorso di Ahmadinejād sul sito ufficiale della Conferenza lo avrebbe trovato praticamente dimezzato, privo della sua reale portata argomentativa, già caricaturizzato. Come in altre occasioni, le sfumature sono state forzate dai traduttori. La mattina del 22 aprile il sito della presidenza iraniana è stato messo fuori uso e non ha potuto mostrare la versione ufficiale in inglese del discorso, intanto che le agenzie battevano la grancassa con le traduzioni “apocrife”. La versione “ufficiale” è infine ricomparsa, consentendo di risalire più fedelmente a quanto detto veramente dal presidente iraniano, anche nella versione italiana.

Per quanto il discorso non sia un capolavoro di raffinatezza, esprime una posizione politica legittima. La presenza in Israele di norme che discriminano in base a un’appartenenza “razziale” è un dato di fatto. Qualche anno fa l’ex presidente statunitense Jimmy Carter è stato fatto bersaglio di critiche estremamente aggressive per aver scritto un libro intitolato, non a caso, Palestine, Peace Not Apartheid.
Con Ahmadinejād la «Reductio ad Hitlerum» ha associato la critica a Israele a un odio nazista contro gli ebrei, e il polverone non ha più consentito distinzioni né valutazioni serene. L’operazione di mistificazione ha trovato molti complici.

Esemplare in proposito un articolo di Gad Lerner su «la Repubblica» del 22 aprile 2009, intitolato “Astuzie iraniane”. Pur concedendo che Ahmadinejād «non è il nuovo Hitler», Lerner trova il modo di infilare una sottile falsità: «Non ha più ebrei da perseguitare in casa propria.»
Invece l’Iran ospita la più numerosa comunità ebraica fra tutti i paesi a maggioranza mussulmana. Non solo: dopo Israele, l’Iran è la patria della seconda popolazione ebrea del Vicino Oriente. Gli ebrei sono esplicitamente tutelati dalla costituzione iraniana. A Teheran sono aperte 20 sinagoghe. E ci sono scuole, biblioteche, un grande ospedale gestito da un’organizzazione caritativa ebrea, frequentatissimi ristoranti kosher. Gli ebrei, in base alla legge, hanno diritto a eleggere un loro deputato in mezzo all’oceano demografico islamico. Sono dati facilmente verificabili e innegabili.

Ahmadinejād può non piacerci e può farci rimpiangere la presidenza del suo predecessore Khātamī, che irresponsabilmente l’Occidente ha lasciato consumare senza risultati. Possiamo usare metri diversi per giudicare Israele. Ma nulla giustifica le falsificazioni e i loro fini bellici.

Il dato di fondo è che la campagna va avanti insistente, da molti anni. Nel maggio 2006 circolò ad esempio in tutto il mondo la storia raccontata da un eminente neocon in merito a una nuova presunta legge in Iran che imponeva agli ebrei e alle altre minoranze religiose l’obbligo di indossare dei distintivi colorati. L’articolo da cui si era originato il tam tam era stato pubblicato sul quotidiano conservatore canadese «National Post» e portava la firma dell’iraniano-americano Amir Taheri, un editorialista di casa anche al «Wall Street Journal» (Amir Taheri, A Colour Code For Iran’s ‘Infidels’, «National Post», 19 maggio 2006). A corredo dell’articolo c’era una foto del 1935 che mostrava un uomo d’affari ebreo di Berlino che aveva cucita sulla sua giacca la stella gialla a sei punte, come imponeva il regime nazista. L’articolo del 2006, e talvolta anche la foto del 1935, vennero ripresi da vari giornali, come il «Jerusalem Post» e il «New York Post» di Rupert Murdoch. La notizia, assieme alle dichiarazioni indignate che ne seguirono, era falsa. Taheri aveva preso spunto da una discussione nel Parlamento iraniano sul codice di abbigliamento appropriato per i mussulmani. In nessun punto della discussione ci furono mai riferimenti a distintivi da far indossare alle persone di altre confessioni. Il direttore del «National Post» cinque giorni dopo la pubblicazione dell’articolo di Taheri scrisse un contrito editoriale di scuse per il grave errore (Douglas Kelly, Our mistake: Note to readers, «National Post», 24 maggio 2006).
Nel frattempo però la notizia aveva fatto il giro del pianeta, macchiando l’immagine iraniana con un persistente alone di falsa nazificazione. Come spesso accade, le smentite hanno meno spazio e arrivano tardi sulle emozioni che si sono sedimentate nella fase sensazionalista della notizia.
Tralasciamo pure altri esempi di episodi e frasi pesantemente manipolati (su tutti la frase mai pronunciata su Israele da “eliminare dalle cartine geografiche”). Sarebbero troppi i casi da citare. Possiamo limitarci a notare che in corrispondenza di fasi cruciali di valutazione della questione iraniana, in Occidente si moltiplicano gli articoli che mettono in cattiva luce l’Iran, ad esempio sui settimanali femminili. Ogni singolo caso di ingiustizie denunciate, preso per sé, è degno di attenzione. Ma un lettore davvero attento deve accorgersi che il tutto fa parte di un clima, di uno stato spirituale finalizzato alla demonizzazione coordinata, la “reductio ad Hitlerum”. Poiché la guerra di questo millennio tende a integrarsi sempre di più con il sistema delle percezioni dominato dai media, e poiché i piani di attacco all’Iran sono sempre presenti in questo scorcio di storia, la copertura mediatica sull’argomento dovrà essere sempre vista con un’attenzione critica in più.

Cioè non credete di primo acchito neanche a una parola. Rileggete tutto. Confrontate tutto.

23 aprile 2009

Quando tutto è pronto a saltare

di Pino Cabras - da «Megachip»


Fonte dell'immagine: www.danieleluttazzi.it

Il presidente statunitense Barack Obama sembra cercare un punto mediano impossibile, mentre passa fra gli scuotimenti della Grande Crisi, scossoni che richiedono scelte senza precedenti, come vedremo. Ai conservatori le sue parole provocano ribrezzi da rivoluzione. A chi invece vuole una qualche Revolution, Obama appare come un assiduo conservatore. Le fanfare per l’annunciata chiusura di Guantanamo non offuscano il fatto che sia ancora aperta, le parole distensive verso Cuba non sono partite da un ammorbidimento dell’embargo, la condanna della tortura non si estende ai torturatori, i tuoni della Casa Bianca contro gli extraprofitti dei banchieri non si traducono in lampi su Wall Street, dove anzi arriva un fiume di liquidità. Sullo sfondo ci sono sfide estreme.

I toni sono cambiati tanto dai tempi di Bush, ma la forza d’inerzia dei grandi fatti sociali, economici, finanziari, politici e militari dell’ultimo decennio domina ancora la risultante delle forze. Le grandi navi non si fermano subito.
Poteri influenti aspirano a chiudere la parentesi della crisi, innanzitutto nell’informazione, in nome di un qualche ‘status quo ante’ che si vorrebbe dietro l’angolo. Obama prova a cogliere questa impazienza per dare ali alla speranza, e invoca anche lui i futuri «segnali di risalita». Essendo più prudente di altri, prova però a dire che ci saranno ancora molte sofferenze prima di toccare il fondo. Ma gli altri, quelli che vorrebbero che il viaggio riprendesse come prima, quelli della parentesi, loro non sono prudenti, neanche ora. Se i commerci a livello planetario sono in picchiata, per loro è comunque un buon segno che almeno non sia più a caduta libera. Se negli ultimi due mesi è evaporato un quarto dei commerci, magari nei prossimi due si volatilizzerà solo un ottavo ancora.
Nel mainstream perciò non trovano grande spazio certe analisi quantitative che appaiono nei media che invece fanno poche riverenze all’ortodossia del liberismo in rotta. Fra queste analisi circola in particolare quella di Leap/Europe 2020, un sito francese che in questi ultimi anni ha visto lontano. Dai dati a disposizione viene estrapolata una tendenza: la discesa degli USA porta a una depressione senza precedenti, vicina a un punto di insostenibilità che, se varcato - e potrebbe essere molto presto - segnerebbe una rottura storica drammatica, a partire dalla moneta [«Eté 2009: La rupture du système monétaire international se confirme», Europe 2020, 15 aprile 2009].



Gli USA hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi grazie all’afflusso di denaro di prestatori esterni, la Cina su tutti. Ora gli USA vorrebbero che anche il salvataggio fosse al di sopra dei propri mezzi, finanziato ancora una volta dalla Cina. Al gigante asiatico infatti non converrebbe far crollare di botto il sistema se per caso volesse uscire dalla trappola del dollaro, visto che ha già incamerato 1400 miliardi di titoli di debito in dollari, sempre più scottanti.Se consideriamo la dimensione degli “stimulus” e “bailout” messi in campo negli ultimi mesi, l’unica via di uscita ancora “normale” per gli USA è che i risparmiatori cinesi e di qualche altro paese puntino ancora (e questa volta soltanto) sui bond statunitensi, rendendosi ancora più prigionieri del gioco pericoloso.

Solo che – fanno notare gli analisti di Europe 2020 - i prigionieri dedicano i loro pensieri migliori al modo di evadere, magari senza farsi riacciuffare e senza rompersi le gambe. E lo fanno con circospezione. Il 24 marzo 2009 il governatore della Banca centrale di Pechino lanciava un ‘ballon d’essai’. Ipotizzava che il dollaro lasciasse il posto nei commerci a una valuta di riserva internazionale. Sondava e avvertiva insieme, consapevole della forza immensa che i nuovi equilibri spostavano nel mondo (un G20 anziché un esangue G8).

Secondo Europe 2020 tutti i nuovi membri del club del potere mondiale sono pronti a concordare i loro passi con la Cina, quando si renderà necessario. Si è parlato molto degli accordi swap fra Cina e Argentina, ma sono rilevantissimi anche quelli fra Brasile e Argentina, fra Cina e Sud Corea, e così via. Sono una sorta di "baratti" bilaterali che tagliano fuori il dollaro. Ovviamente il club anglosassone prova a resistere ripetendo all’infinito le strade già battute (e qui vediamo le carenze strategiche del progetto obamiano). L’Europa si barcamena e non ha un progetto politico che possa suonare come una sfida a quel che resta della subalternità a Washington.

La Cina c’è, invece. I passi li fa alla chetichella, ma li fa. Il ritmo della fuga, sebbene graduale e attento a non smarrire un suo ruolo stabilizzante, ha numeri impressionanti.



Ogni mese la Cina si sta liberando di 50-100 miliardi di titoli in dollari. La depressione dei prezzi in questo caso favorisce lo shopping pechinese. Sotto lo sguardo benevolo di Hu Jintao i cinesi comprano minerali, metalli industriali, terreni agricoli e risorse energetiche a prezzi bassi. In certi casi ne fanno incetta, e i prezzi risalgono, ma non più di tanto. Se pure i cinesi si tengono lontani dalle azioni nel mercato USA, ne comprano in Europa e Asia. Cercano di tesaurizzare i dollari USA trasformandoli rapidamente in beni non statunitensi più durevoli. Una corsa alla Roba, perché il resto, il dollaro, sarà carta straccia.

Puoi coprire le scarpe da tip tap con tre paia di calze, ma se fai passi come questi farai comunque rumore. Entro settembre 2009 la Cina avrà tolto dalle sue mani 600 miliardi di patate bollenti col simbolo del dollaro. Ma non acquisterà nemmeno quel che gli USA - fra stimoli e salvataggi - saranno costretti a emettere in più dell’ordinario, ossia un ammontare tra i 500 e i 1000 miliardi di nuovi titoli di debito. E chi li compra, allora? Gli USA si troveranno a dover inventare qualcosa per risolvere lo sbilancio. Uno squilibrio che può raggiungere i 1600 miliardi di dollari.

È uno scenario che diventerà ancora più drammatico, una volta giunto al ‘redde rationem’. Il governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, sarà forzato ad acquistare i suoi stessi Buoni del Tesoro. Questo si chiama: stampare dollari. La cosa non è nuova. Quando Bernanke dichiara in pratica che la Fed è pronta a oliare la zecca, i T-bond crollano del 10% in un solo giorno. Il momento X della prossima estate, con un simile scenario, segnerebbe anche una perdita secca di centinaia e centinaia di miliardi per i cinesi. Ma per loro sarebbe il male minore. Perché a quel punto l’insolvenza USA sarebbe conclamata e la salvezza starebbe nell’essersi posizionati meglio nel frattempo.

Siamo davvero alla vigilia di una tale insolvenza? Secondo Europe 2020 i dati dicono proprio questo. La spesa pubblica è esplosa per tenere a galla Wall Street (+41%) e si associa a un crollo mai visto prima degli introiti tributari (-28%). Soltanto nel mese di marzo 2009 il deficit federale ha toccato quota 200 miliardi di dollari, poco meno della metà del deficit di tutto il 2008, che Bush aveva comunque portato troppo fuori misura. Le cose non vanno meglio a livello degli Stati, a partire dalla California di Schwarzenegger, giù “per li rami” fino ai livelli di governo locale. Non c’è verso per fermare la spirale, per ora. Le professioni di ottimismo nella ripresa sono solo parole. Il Fondo Monetario Internazionale ha rifatto i conti delle perdite che sono e saranno determinate dal collasso finanziario in corso: non più 2.200 miliardi di dollari, bensì 4.100 miliardi. Sono oltre 600 dollari di perdite pro capite a livello mondiale, inclusi i neonati della Nuova Guinea, i vecchietti degli ospizi, e gli evasori totali. Chi pagherà? Andrebbe richiesto a quelli che «i segnali di ripresina» e a quelli che «il peggio è ormai alle spalle».



Insomma, inevitabile che dopo la fase 1 arrivi la fase 2. La Cina sarà costretta a non misurare i passi come prima e a trovare una soluzione diversa. Secondo gli studiosi francesi sono plausibili diversi scenari.Uno di questi potrebbe essere lo yuan renminbi che diventa valuta di riserva internazionale al posto del dollaro, in compagnia dell’euro, dello yen e di altre monete. Oppure si può accelerare l’istituzione di una nuova valuta di riserva che risiederà su un paniere di monete che lascia da parte il club anglosassone.Inutilmente sarà lubrificata la zecca di Bernanke, il dollaro non dominerà più.

In alternativa a questi due scenari, che comunque presuppongono uno scheletro di globalizzazione ancora presente, ce n’è un altro: una dislocazione geopolitica globale, imperniata su blocchi economici continentali, che basano ciascuno i propri scambi su una diversa moneta di riserva “regionale”. Da noi l’euro, altrove nuove monete con funzioni simili. Il WTO diventerebbe una voce morta delle enciclopedie. Una soluzione a suo modo ben accomodata, ma proprio per questo più improbabile, perché le convulsioni attese non sono affatto ordinate.

Europe 2020 punta la sua attenzione sulla riunione di New York del G20, nel Settembre 2009, a ridosso dell’Assemblea generale dell’ONU. I dati sin qui esposti addensano intorno a quel periodo l’ora X delle rotture monetarie. Il summit assisterà alla gravità della crisi che starà martoriando gli Stati Uniti, un paese in cui già oggi un cittadino su due sostiene di essere ad appena due stipendi di distanza dalla bancarotta), all’interno di una tendenza già in atto che vede la crescita drammatica della violenza urbana e degli omicidi.

Sarebbe uno scenario di ‘default’ degli Stati Uniti. Un tracollo alla massima potenza. Che a sua volta innescherebbe tante reazioni. Quali? Difficile dirlo, e capire le interazioni.

Per Europe 2020 il default potrebbe avverarsi secondo quattro diversi modi, o con una combinazione di essi. Due scenari implicano vie d’uscita ordinate, gli altri due avvengono nel caos:

1) il Fondo Monetario Internazionale fa per la prima volta agli USA quello che ha fatto centinaia di volte agli altri stati: prende in carico il budget federale e prescrive severi tagli al bilancio (da tagliare ce n’è: l’immane spesa militare, ma anche i programmi sociali). È uno sbocco quasi insostenibile dal punto di vista politico, in presenza di un complesso militare-industriale che incorpora riserve di golpismo, e di una società che non saprebbe metabolizzare le rinunce, perché politici e pubblicità le hanno lisciato il pelo per decenni dicendo al mondo che “il tenore di vita americano non è negoziabile”;
2) il Dipartimento del Tesoro decide di emettere buoni del Tesoro in altre monete invece che in dollari. Ripeterebbe un atto di circa trent’anni fa, su scala più piccola, ossia un’emissione di yen e marchi decisa nel corso di una crisi minore del dollaro. Il difetto di questo esito è che i bond emessi sarebbero così tanti da mettere nei guai gli altri paesi coinvolti. Non si dimentichi ad esempio che in un solo anno il Fondo monetario Internazionale prevede che il debito pubblico italiano passerà dal 106% al 121% del PIL.
3) il dollaro dimezza di colpo il suo valore in rapporto alle altre valute. L’amministrazione Obama darebbe respiro finanziario al bilancio federale e ai bond posseduti dagli stranieri con dollari deprezzati. Una soluzione unilaterale che aumenterebbe però il disordine globale .
4) poiché vendere ai soliti investitori esteri i bond del Tesoro risulta sempre più difficoltoso, la Federal Reserve è costretta a incrementare il programma TARP (Troubled Asset Relief Program), così che si innesca la svalutazione del dollaro, che risulta a quel punto meno desiderato da chi investe su beni in dollari. È il canovaccio in parte già intrapreso. Come si combinerà questa dinamica con gli altri sbocchi?

Per capire quanto le evocazioni di una “ripresina” siano solo pensieri illusori, basti considerare che negli USA i principali istituti di credito beneficiati dai massicci aiuti pubblici, a febbraio 2009 hanno diminuito del 23% i finanziamenti concessi in rapporto a ottobre 2008, quando il Tesoro avviò il sostegno alle banche attraverso il TARP. Segno che anche l’economia reale precipita.
In questo quadro di crisi gli analisti francesi, nonostante l’afasia dell’Europa, vedono in essa un’area «meno esposta ai fattori destrutturanti», perché meno dipendente – con l’eccezione del Regno Unito - dal «dollaro-debito» e perché la sovranità degli Stati membri della UE è molto più forte dei singoli Stati che compongono gli USA (dove non a caso si affaccia nel dibattito politico lo spettro della secessione). La Germania considererà di vitale importanza avere intorno a sé un’area di integrazione che sia ancora il mercato di riferimento per la sua industria. Forzando il senso dell’analisi, il default degli USA ha più possibilità di verificarsi della disgregazione della UE.
Un default, o comunque una crisi che si avvita, non sarà un evento come tanti. Sono tempi eccezionali. Europe 2020 arriva a consigliare di preoccuparsi dei paesi in cui circolano troppe armi da fuoco, nonché a prepararsi a una interruzione dei pubblici servizi essenziali, quelli sostenuti da organizzazioni vaste, per affidarsi invece nei giorni o settimane dell’emergenza alle reti comunitarie e familiari a corto raggio. E consiglia di fare in un certo senso come la Cina: usare come riserva di valore non il denaro ma metalli preziosi e beni fisici di facile scambio, utilizzabili anche nell’ipotesi che le banche restino chiuse nei giorni del crollo.

Quando il rapporto è uscito non era ancora nota la proiezione del FMI sul debito pubblico italiano che sfonda gli argini (come quello di altri paesi, del resto). Ma le previsioni per i risparmi erano già in linea con questa realtà. Il che implicherà pensioni integrative a lungo impoverite e pressioni più forti sui risparmiatori (dove ancora ce ne sono, non certo in USA) per ripagare la bolla del debito pubblico, l’ultima bolla. E questo senza considerare ancora la possibile grande ripresa dell’inflazione, una volta che la banchisa della liquidità si scongelerà.

Obama ha insomma una bella gatta da pelare. Il 70% degli scambi di moneta avviene presso centri finanziari ricompresi nella sfera d’influenza del dollaro, a Londra, New York, Tokio: «Sono americane o inglesi 8 banche delle 10 più grandi per scambio di valute che sono scomparse dal panorama economico, come Lehman Brothers, o che sono a un passo dalla bancarotta o dalla nazionalizzazione, come Citigroup o Royal Bank of Scotland.» L’epicentro è lì.Nel dicembre 2008 il Pentagono ha ricevuto un rapporto di Nathan P. Freier dell’Istituto di studi strategici dello US Army War College, nel quale viene descritto il rischio di disgregazione del territorio USA e dei suoi confini per effetto della crisi.Obama non ha fatto rotolare alcuna testa nell’apparato della Difesa, nonostante abbia vinto le elezioni proclamando di voler cambiare profondamente la strategia militare del predecessore. Le forze armate potrebbero essere chiamate a garantire l’integrità territoriale USA e la continuità di governo, suggerisce Freier.

Questi scenari previsionali si fermano lì. Bastano già le previsioni infondate degli ottimisti a oltranza per dover speculare più oltre.

Possiamo dire tuttavia che questi sono scenari di guerra, e che chi gioca con il facile ottimismo è un’irresponsabile. In perfetta continuità con l’irresponsabilità beota degli anni che ci hanno portato al disastro. Dovremo essere pronti a non accettare nessuna scorciatoia: guerre all’Iran, ossessioni antiterroristiche alimentate a bella posta, poteri speciali, il catalogo è vasto. Obama si mostra ancora come il punto d’equilibrio in cui si intrecciano insieme fili di credibilità e di speranza. Ma una volta che quell’equilibrio si spezzerà saremo tutti in pericolo.

21 aprile 2009

David Griffin: necessario "un nuovo sguardo sull'11 settembre"

di Simone Santini – clarissa.it




David Ray Griffin, teologo, professore e ricercatore americano, è uno dei maggiori esponenti negli Stati Uniti del Movimento per la Verità sull'11 settembre. Autore di numerosi libri e studi sull'argomento (tra cui i più celebri 11 settembre - La nuova Pearl Harbor e Rapporto della Commissione 9-11: omissioni e distorsioni), si trova attualmente in Europa per una serie di conferenze tese a rilanciare la proposta di istituire una Commissione d'inchiesta indipendente e per fare il punto sulle ricerche e le investigazioni alternative, in continuo progresso.
Nel corso dei suoi incontri, intitolati "Un Nuovo Sguardo sull'11 settembre", Griffin sollecita i sostenitori del Movimento per la Verità sull' 11 settembre a continuare i loro sforzi in un momento delicatissimo. Negli Stati Uniti, infatti, la fine dell'amministrazione Bush e di alcune sue politiche, strettamente connesse all'11 settembre, rischiano da un lato di disincentivare la richiesta di verità, e dall'altro l'avvento dell'era Obama non sembra portare alcuna novità o speranza. Tuttavia, secondo Griffin, non si deve cedere alle assuefazioni poiché alcuni frutti avvelenati dell'11 settembre, come la guerra in Afghanistan, restano più che mai sul tappeto e l'attuale congiuntura politica è il momento migliore per sperare in una nuova inchiesta.
Griffin parte, nelle sue analisi, da un presupposto metodologico fondamentale. Secondo la percezione comune, nella verifica di ciò che accadde l'11 settembre si confrontano una versione ufficiale (la verità, fino a prova contraria) ed alcune versioni alternative equiparate a più o meno fantasiose "teorie della cospirazione". Il campo deve subito essere sgombrato da questo fraintendimento.
Dice Griffin: "Le persone che credono alla teoria ufficiale sull' 11 settembre soprannominano sdegnosamente i membri del Movimento per la Verità come «seguaci della teoria del complotto». Ma questo è irrazionale [...] Credere ad una teoria del complotto, a proposito di un qualunque avvenimento, significa semplicemente credere che questo sia il frutto di una cospirazione. Secondo l'interpretazione dell'11/9 data dal tandem Bush-Cheney, che è diventata la versione ufficiale, gli attentati furono l'esito di una cospirazione ordita da Osama bin Laden e 19 membri di Al-Qaeda. Questa versione è, conseguentemente, «una teoria del complotto». Questo significa che ognuno difende una propria teoria del complotto, dunque il dibattito sull'11/9 non è tra teorizzatori e anti-teorizzatori di complotti. Si tratta semplicemente di un dibattito tra coloro che accettano la teoria del complotto dell'amministrazione Bush-Cheney, e coloro che sostengono una teoria alternativa, secondo cui l'11/9 fu il prodotto di un complotto interno a questa amministrazione. Dunque la sola domanda razionale da porsi è: quale teoria è meglio sostenuta da elementi di prova?"
Cosa non funziona, dunque, nella teoria ufficiale del complotto? Griffin sottolinea soprattutto due elementi, ancora, metodologici.
Innanzi tutto la teoria ufficiale deriva da un rapporto edito dalla Commissione d'inchiesta sull'11/9. Una commissione affatto imparziale, poiché malgrado apparentemente fosse presieduta in maniera bi-partisan da due esponenti provenienti l'uno dal partito repubblicano, Thomas Keane, e l'altro da quello democratico, Lee Hamilton, di fatto la commissione ed i suoi 85 membri erano diretti da Philip Zelikow, membro organico dell'amministrazione Bush. Il New York Times rivelò che Zelikow era in stretto contatto con Condoleeza Rice e Karl Rove, il massimo consigliere di Bush, e che il rapporto era già stato delineato da Zelikow, che ne aveva addirittura predisposto i capitoli con relativi titoli e sottotitoli, ancor prima che la Commissione cominciasse il suo lavoro.
Se dunque la Commissione non era imparziale, non lo era nemmeno il NIST (National Institute of Standards and Technology) sulle cui perizie tecniche la commissione si è basata. Il NIST è una agenzia governativa che dipende dal ministero del Commercio e che alla sua guida aveva un presidente nominato dall'amministrazione Bush. Un dipendente anziano del NIST ha rivelato che l'agenzia era stata "largamente deviata dal campo scientifico verso il campo politico. [Gli scienziati] avevano perso la loro indipendenza scientifica e non erano niente più che meri ‘esecutori'. Tutto ciò che gli esecutori producevano era filtrato dalla direzione e valutato secondo criteri politici prima di essere pubblicato". Oltre questo, tutti i rapporti del NIST sul World Trade Center dovevano essere approvati dalla NSA (Agenzia per la Sicurezza Nazionale) e dall'Ufficio Management e Budget, diramazione diretta dell'Ufficio Esecutivo del presidente Bush.
Di contro, il Movimento per la Verità sull'11 settembre si è nettamente affrancato da quell'immagine che i suoi detrattori gli avevano appiccicato addosso di "banda di marmocchi da internet" che non sanno nulla della realtà e senza alcuna competenza scientifica o militare. Griffin ricorda che oggi alla guida del movimento ci sono scienziati che hanno creato il Comitato scientifico per una Inchiesta sull'11/9, mentre docenti di fisica e chimica hanno dato vita alla Organizzazione universitaria per la Verità e Giustizia sull' 11/9 che ha già pubblicato numerosi studi su riviste scientifiche. La più celebre di queste ricerche è stata condotta dal professore di chimica dell'Università di Copenaghen Niels Harrit, e pubblicata sul Open Chemical Physics Journal, che ha rinvenuto nelle polveri del WTC particelle dell'esplosivo militare ‘termite' usato per liquefare l'acciaio, e che non avrebbero dovuto esserci se le Torri fossero crollate, come pretende la teoria ufficiale del complotto, in seguito agli "incendi ed alla gravità".
Ma se le analisi chimiche e fisiche non sono sufficienti, a supporto della teoria alternativa del complotto è giunto il comitato di "Architetti ed Ingegneri per la Verità sull'11 settembre" fondato da Richard Gage e di cui circa 600 esperti hanno firmato la petizione per l'apertura di una nuova inchiesta. Fra loro Jack Keller, professore emerito del genio civile dell'Università dello Utah, ha dichiarato che il crollo del grattacielo numero 7 del WTC è "chiaramente il risultato di una demolizione controllata", allo stesso modo di due professori emeriti di ingegneria strutturale dell'Istituto Federale Svizzero di Tecnologia.
Insieme a loro hanno creato organizzazioni per la ricerca sull'11 settembre associazioni di pompieri, reduci dell'esercito, piloti di linea e ufficiali militari. Ognuna di queste, nel suo ambito di conoscenza, ha sollevato dubbi sulla teoria ufficiale del complotto, ritenendola spesso semplicemente "irricevibile". Ultima nata è una organizzazione di appartenenti ai servizi di sicurezza. Un ufficiale anziano della CIA, William Christison, ha scritto: "Per quattro anni e mezzo ho rifiutato categoricamente di prestare una seria attenzione alle teorie del complotto sull'11/9... ma poi, non senza tormenti, ho cambiato idea... allo stato attuale penso esistano prove convincenti che questi attentati non si sono svolti nel modo in cui l'amministrazione Bush e la Commissione d'inchiesta ci hanno voluto far credere".
David Griffin a questo punto è netto: "Tra gli esperti dei vari settori che si sono occupati della vicenda, il peso dell'opinione scientifica e professionale propende ormai dalla parte del Movimento per la Verità sull'11/9. Sono più di un migliaio ad essersi pubblicamente espressi sulla teoria ufficiale, e praticamente nessun scienziato o professionista l'ha sostenuta apertamente - ad eccezione di quelli che non sono indipendenti e la cui carriera sarebbe minacciata se rifiutassero di farlo. Questo ultimo punto è importante perché come sosterrebbe Sinclair Lewis, ‘è difficile far capire qualcosa a qualcuno se il suo salario dipende dal non capire'. Ad eccezione di queste persone, praticamente tutti gli esperti dei settori interessati che hanno studiato seriamente la questione, rigettano la teoria ufficiale del complotto".
Ma perché i giornali e i media non si occupano di questi argomenti? Forse, come ricorda Griffin, i giornalisti rifiutano di lavorare sulla "storia vecchia". Eppure gli elementi nuovi sono numerosi, spesso forniti dagli stessi enti statali che in un primo momento erano stati incaricati di difendere la versione ufficiale,.
Ad esempio il responsabile dell'FBI dell'ufficio dei ricercati, «Most Wanted Terrorists», ha spiegato perché Osama bin Laden non compare nella lista dei responsabili degli attacchi dell'11/9 rispondendo alla domanda di un giornalista investigativo: "Non disponiamo di alcuna prova formale che colleghi Osama bin Laden all'11 settembre".
Un altro esempio riguarda le telefonate partite da telefoni cellulari di persone che si trovavano a bordo degli aerei dirottati e che avvertivano i propri familiari su quanto stava avvenendo. Il più celebre tra questi episodi riguarda Deena Burnett che ricevette dal marito Tom, che si trovava sul volo UA93 schiantatosi in Pennsylvania, diverse telefonate e che vide apparire sul proprio apparecchio ricevente il numero del telefono del marito. Ma durante il processo a Zacharias Moussaoui, il cosiddetto ventesimo terrorista dell'11/9, l'FBI ha presentato un rapporto secondo cui tra le 37 chiamate provenienti dal volo UA93 solo due venivano da telefoni cellulari, e furono possibili solo quando l'aereo si trovava a bassa quota e prossimo allo schianto. L'FBI sostiene che i familiari che ritengono di aver ricevuto chiamate da telefoni cellulari dei congiunti si sono sbagliati. Chi fece allora quelle chiamate? Forse quei telefoni cellulari furono clonati e magari le voci alterate?
Un'altra chiamata celebre fu quella della conduttrice della CNN Barbara Olson dal volo AA77, che si sarebbe schiantato sul Pentagono, al marito Ted Olson, procuratore generale al ministero della giustizia. L'uomo dichiarò che la moglie lo aveva informato che terroristi armati di taglierini avevano dirottato l'aereo. Quella chiamata è stata molto importante perché taluni complottisti avevano ritenuto che il volo AA77 fosse già caduto nell'Ohio, mentre la chiamata avrebbe dimostrato che l'aero era ancora in volo. Ma di nuovo l'FBI sostiene in base ai tabulati che la telefonata di fatto non ci fu, si trattò di un tentativo non riuscito di chiamata la cui durata fu di "zero" secondi. Chi si è sbagliato, l'FBI o Ted Olson?
David Griffin conclude le sue considerazioni riportando alla ribalta gli avvenimenti attorno al grattacielo numero 7 del WTC, considerato il "tallone d'Achille" della versione ufficiale, e di cui annuncia essere l'argomento del suo prossimo libro. A lungo l'edificio 7 è stato ignorato dai fautori della teoria ufficiale del complotto, il Rapporto della Commissione d'inchiesta non lo cita nemmeno.
Numerosi esperti hanno considerato il crollo di quel palazzo come causato in tutta evidenza da una demolizione controllata: il palazzo non era stato colpito da aerei; gli incendi erano limitati e riguardavano solo alcuni piani; il palazzo è caduto verticalmente, dal basso, a velocità di caduta libera, polverizzandosi.
Come il già citato professor Harrit, un altro ricercatore, il fisico Steven Jones, ha trovato particelle della nano-termite tra le polveri del palazzo ed altre micro-particelle che avrebbero potuto formarsi solo a temperature molto superiori rispetto a quelle determinate da incendi.
Il recente rapporto del NIST sull'edificio 7, dopo che era stato rinviato di anno in anno, ha visto la luce ma ha clamorosamente ignorato tutte queste analisi fisiche e chimiche. Alla domanda diretta al portavoce del NIST, Michael Newman, perché non fossero state cercate tracce di esplosivo tra i detriti del WTC, l'uomo ha risposto grottescamente: "Non avevamo alcuna prova che ci fossero esplosivi. A cercare qualcosa che non c'è si perde solo tempo... e i soldi dei contribuenti".
Drammatica la vicenda di un testimone oculare sulla fine dell'edificio 7, Barry Jennings, del Dipartimento per gli Alloggi della città di New York che in quel palazzo aveva i suoi uffici. Jennings dichiarò di aver sentito una fortissima esplosione quella mattina proveniente dai piani inferiori quando ormai la struttura era stata evacuata. In seguito Rudolf Giuliani, all'epoca sindaco della città che lì aveva l'Ufficio per la gestione delle emergenze, dichiarerà che quell'esplosione era in realtà l'eco rimbombante del crollo della Torre Nord. Ma tra la cronologia di Giuliani e quella riportata da Jennings c'è un'ora di differenza. La sua testimonianza è stata registrata per il film documentario Loose Change Final Cut, ma prima della diffusione Jennings chiese che la sua intervista fosse ritirata perché temeva delle conseguenze. Poco dopo Barry Jennings morirà, improvvisamente, all'età di 53 anni. L'intervista è rimasta, a futura memoria, diffusa via internet.

Fonte: http://www.voltairenet.org/article159749.html

20 aprile 2009

Un consulente legale della Commissione sull’11/9: il governo ha deliberato di mentire sulla versione dei fatti

di Paul Joseph Watson - Prison Planet.com



Il consulente legale senior della Commissione sull’11/9, John Farmer, sostiene che il governo deliberò di non raccontare la verità sull’11/9, confermando con ciò le affermazioni dei colleghi membri della Commissione d’inchiesta, i quali erano giunti a concludere che il Pentagono si era impegnato in un inganno deliberato in merito alla sua risposta all’attacco.

Farmer ha ricoperto l’incarico di consulente senior della Commissione sull’11/9 (ufficialmente nota come la Commissione nazionale sugli attentati terroristici contro gli Stati Uniti), ed è anche un ex Attorney General del New Jersey.

Il libro di Farmer sulla sua esperienza di lavoro per la Commissione è intitolato The Ground Truth: The Story Behind America’s Defense on 9/11 (La verità sul terreno: il retroscena della Difesa americana dell’11/9, Ndt), ed è in uscita [a partire dal 15 aprile 2009].
Il libro rivela come «il pubblico sia stato seriamente fuorviato su quanto è avvenuto durante la mattina degli attentati,» e lo stesso Farmer dichiara che «a un qualche livello di governo, a un certo punto... c'è stato un accordo inteso a non dire la verità su ciò che è accaduto».

Solo i molto ingenui contesterebbero che un accordo per non dire la verità sia un accordo per mentire. La tesi di Farmer è che il governo ha accettato di creare una versione ufficiale spuria degli eventi, per coprire la vera storia che sta dietro l’11/9.
L'editore del libro, Houghton Mifflin Harcourt, afferma che «Farmer argomenta l’ipotesi necessariamente convincente che la versione ufficiale non solo è quasi del tutto falsa, ma serve a creare una falsa impressione di ordine e sicurezza.»

Nel mese di agosto 2006, il «Washington Post» riferiva: «Alcuni membri dello staff e dei commissari dell’organismo d’inchiesta sull’11 settembre hanno concluso che la versione iniziale del Pentagono su come ha reagito agli gli attacchi terroristici del 2001 potrebbe essere stata parte di un deliberato tentativo di indurre in errore la Commissione e il pubblico, anziché un’espressione della nebulosità degli eventi di quel giorno, secondo fonti coinvolte nella discussione.»

L’articolo ha evidenziato come la commissione, composta da 10 membri, ha fortemente sospettato un inganno al punto che ha considerato di sottoporre la questione al Dipartimento della giustizia per un’inchiesta penale.

«A tutt’oggi non sappiamo il motivo per cui il NORAD [il comando aerospaziale nordamericano] ci ha detto quello che ci ha detto,» ha detto Thomas H. Kean, ex governatore repubblicano nel New Jersey, che ha guidato la Commissione. «È stato così lontano dalla verità… È uno di quei casi in cui non si trova mai il bandolo della matassa».

Lo stesso Farmer è citato nell’articolo del «Washington Post», dove afferma: «mi ha sconvolto il modo in cui la verità era diversa dal modo in cui è stata descritta .... I nastri [della difesa aerea NORAD] raccontavano una storia radicalmente diversa da quella che era stata raccontata a noi e al pubblico per due anni .... Non era una storia manipolata . Era una storia non vera.»

Come abbiamo anche segnalato nell’agosto 2006, le parti pubblicate delle registrazioni NORAD dell’11/9, illustrate in un articolo di «Vanity Fair», facevano ben poco per rispondere ai quesiti degli scettici circa l'impotenza delle difese aeree USA durante l’11/9, e se non altro hanno aumentato l’attenzione sulla incompatibilità della versione ufficiale degli eventi, con quanto si sa realmente accaduto in quel giorno.

A scanso di equivoci, Farmer non sta dicendo che l’11/9 sia stata una trama orchestrata dall'interno, e tuttavia, la testimonianza di Farmer, insieme a quella dei suoi colleghi membri della Commissione sull’11/9, dimostra definitivamente che, qualunque cosa sia realmente accaduta l’11/9, la versione ufficiale, così come è stata raccontata al pubblico quel giorno, e ciò che rimane oggi delle versioni dei fatti fornite dalle autorità, sono una menzogna – stando alle stesse persone che erano incaricate dal governo di indagare. Questo è un dato di fatto che nessun debunker o apologeta governativo può legittimamente negare ancora.

Articolo originale:
9/11 Commission Counsel: Government Agreed to Lie About 9/11

Traduzione a cura di Pino Cabras per Megachip
[QUI]

15 aprile 2009

I terremoti distruggono le case e uccidono le persone. Il silenzio dell'informazione uccide le coscienze



Venerdi 17 aprile tutti sotto la RAI a Viale Mazzini alle ore 17.00

Vauro sospeso da Annozero...

Santoro in "penitenza"...

Radio Città Aperta e Megachip invitano tutti a farsi sentire con forza per protestare contro l'imbavagliamento dell'informazione scomoda.

Rivendichiamo il diritto di remare contro il "manovratore"

Difendiamo la libertà e la dignità dell'informazione

Il tentativo di tappare la bocca alle denunce della trasmissione AnnoZero sulla situazione in Abruzzo dopo il terremoto non deve passare.

La complicità degli apparati politici e dei massmedia con 'imbavagliamento dell'informazione sulla reale situazione nell'Abruzzo devastato dal terremoto è la vera indecenza che va smascherata.

info: www.radiocittaperta.it; www.megachip.info

14 aprile 2009

Niels Harrit: «Altro che “pistola fumante”, c’è la “pistola carica” dell’11/9»

di Pino Cabras - da «Megachip»



Abbiamo visto di recente la ricerca sulle polveri del WTC firmata tra gli altri dal professor Niels Harrit dell’Università di Copenaghen, un professore che ha la vocazione della nano-chimica, di cui è un esperto.

Il clamore suscitato da questa ricerca ha portato il 6 aprile 2009 a una intervista di Harrit sul canale TV2 della tv pubblica danese, in seconda serata. Harrit è stato intervistato per 10 minuti durante il tg.

L’8 aprile, Harrit è stato di nuovo intervistato per sei minuti durante un programma del mattino di notizie e intrattenimento in diretta sulla stessa rete. In entrambe le occasioni Harrit ha potuto argomentare bene le proprie tesi con intervistatori aperti e corretti.

La prima intervista è stata sottotitolata in inglese e caricata su YouTube. Di seguito si può leggere la sua traduzione in italiano:

Intervista a Niels Harrit su TV2 News, Danimarca.

Alcuni ricercatori internazionali hanno trovato tracce di esplosivi in mezzo ai detriti del World Trade Center.
Un nuovo articolo scientifico conclude che gli impatti dei due aerei dirottati non causarono i crolli nel 2001.
Rivolgiamo la nostra attenzione all’11/9, il grande attacco su New York. Apparentemente i due impatti degli aeroplani non cagionarono il crollo delle torri, secondo quanto afferma un articolo scientifico da poco pubblicato.
I ricercatori hanno trovato dell’esplosivo detto nano-termite fra i resti, e non può provenire dagli aerei. Ritengono che svariate tonnellate di esplosivi siano state collocate negli edifici in precedenza.

Niels Harrit, lei e altri otto ricercatori stabilite in questo articolo che sia stata la nano-termite a far sì che questi edifici crollassero. Che cos’è la nano-termite?

«Abbiamo trovato nano-termite nei detriti. Non stiamo dicendo che sia stata usata soltanto nano-termite. La termite stessa risale al 1893. È una mistura di alluminio e polvere di ruggine, che reagisce fino a generare intenso calore. La reazione produce ferro, scaldato a 2500 °C. Questo può essere usato per fare saldature. Può essere anche usato per fondere altro ferro. Siccome le nanotecnologie rendono le cose più piccole, nella nano-termite questa polvere del 1893 è ridotta in particelle minuscole, perfettamente mescolate. Quando queste reagiscono, l’intenso calore si sviluppa molto più velocemente. La nano-termite può essere mischiata con additivi per sprigionare un calore intenso, o fungere da efficacissimo esplosivo. Contiene più energia della dinamite, e può essere usata come combustibile per razzi.»

Ho cercato con Google “nano-termite”, e non è che si sia scritto molto su di essa. Si tratta di una sostanza scientifica ampiamente conosciuta? O è così nuova che gli altri scienziati la conoscono a malapena?

«È un nome collettivo per una classe di sostanze con alti livelli di energia. Se dei ricercatori civili (come lo sono io) non la conoscono abbastanza, è probabilmente perché non lavorano granché con gli esplosivi, come invece fanno gli scienziati militari. Dovrebbe chiedere a loro. Io non so quanta familiarità abbiano con le nanotecnologie.»

Quindi lei ha trovato questa sostanza nel WTC, perché pensa che abbia causato i crolli?

«Be’, è un esplosivo. Per cos’altro sarebbe dovuto essere lì?»

Lei ritiene che l’intenso calore abbia fuso la struttura di sostegno in acciaio dell’edificio, e abbia causato che gli edifici collassassero come un castello di carte?

«Non posso dire di preciso, visto che questa sostanza serve a entrambi gli scopi. Può esplodere e frantumare le cose, e può fonderle. Entrambi gli effetti furono probabilmente utilizzati, per come ho visto. Del metallo fuso si riversa fuori dalla Torre Sud diversi minuti prima del crollo. Questo indica che l’intera struttura era stata indebolita in precedenza. Poi i normali esplosivi entrarono in gioco. L’effettiva sequenza del crollo doveva essere sincronizzata alla perfezione, fin giù.»

Di quali quantità stiamo parlando?

«Grandi quantità. C’erano solo due aerei, ma tre grattacieli sono crollati. Sappiamo grosso modo quanta polvere fu generata. Le foto mostrano enormi quantità: tranne l’acciaio tutto fu polverizzato. E sappiamo grosso modo quanta termite incombusta abbiamo trovato. Questa è la “pistola carica”, un materiale che non si è acceso per qualche ragione. Stiamo parlando di tonnellate. Oltre 10 tonnellate, può darsi 100 tonnellate.»

Dieci tonnellate, può darsi cento tonnellate, in tre edifici? E queste sostanze non si trovano normalmente in simili edifici?

«No, no. Questi materiali sono estremamente avanzati.»

Come si fa a collocare un tale materiale in un grattacielo, su tutti i piani?

«Cioè come si fa a portarlo dentro?»

Sì.

«Con i pallet. Se dovessi trasportarlo i quelle quantità userei i pallet. Prenderei un carrello e li movimenterei su pallet.»

Perché questo non è stato scoperto prima?

«Da chi?»

Dai portieri, per esempio. Se sta facendo passare da 10 a 100 tonnellate di nano-termite, e la sta piazzando su tutti i piani, sono solo sorpreso che nessuno l’abbia notata.

«Da giornalista, dovrebbe indirizzare tale domanda alla società responsabile della sicurezza al WTC.»

Dunque lei non ha alcun dubbio che il materiale era presente?

«Non si può contraffare questo tipo di scienza. L’abbiamo trovata: termite non ancora soggetta a reazioni.»

Quale accoglienza ha ricevuto il suo articolo nel mondo? Per me si tratta di conoscenza del tutto nuova.

«È stato pubblicato appena venerdì scorso. Perciò è troppo presto per dirlo. Ma l’articolo potrebbe non essere così inedito e singolare come le sembra. Centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo sanno da molto che i tre edifici sono stati demoliti. Questo era lampante. La nostra ricerca è solo l’ultimo chiodo sulla bara. Questa non è la “pistola fumante”, è la “pistola carica”. Ogni giorno, migliaia di persone comprendono che il WTC fu demolito. Questo è qualcosa che non si può fermare.»

Perché nessuno ha scoperto da prima che c’era nano-termite negli edifici? Son passati quasi dieci anni.

«Lei intende nella polvere?»

Sì.

«È stato per caso che qualcuno ha osservato la polvere al microscopio. Si tratta di minuscoli frammenti rossi. I più grandi misurano 1 mm, e possono essere visti a occhio nudo. Ma occorre il microscopio per vedere la maggior parte. È stato per caso che qualcuno li ha scoperti due anni fa. Ci sono voluti 18 mesi per preparare l’articolo scientifico cui lei si riferisce. È un articolo davvero completo basato su una ricerca minuziosa.»

Lei ha lavorato su questo per diversi anni, perché la cosa non le tornava?

«Sì, oltre due anni in effetti. Tutto è cominciato quando ho visto il crollo dell’Edificio 7, il terzo grattacielo. È crollato sette ore dopo le torri gemelle. E c’erano solo due aeroplani. Quando vedi un edificio di 47 piani, alto 186 metri, crollare in 6,5 secondi, e sei uno scienziato, pensi “cosa?”. Ho dovuto guardarlo ancora, e ancora. Ho toccato il tasto dieci volte, e la mia mandibola scendeva sempre più giù. Per prima cosa, non avevo mai sentito prima di quell’edificio. E non c’era nessuna ragione visibile per cui dovesse crollare in quel modo, direttamente giù, in 6,5 secondi. Non mi son dato pace da quel giorno.»

Sin dall’11/9 ci sono state speculazioni, e teorie del complotto. Cosa ha da dire ai telespettatori che sentono della sua ricerca e dicono “questa l’abbiamo già sentita, ci sono tante teorie del complotto”. Cosa direbbe per convincerli che questa è diversa?

«Penso che ci sia una sola teoria del complotto di cui valga la pena parlare, quella che riguarda i 19 dirottatori. Ritengo che i telespettatori debbano domandarsi quali prove abbiano visto a sostegno della teoria del complotto ufficiale. Se qualcuno ha visto delle prove, mi piacerebbe sentirlo in merito. Nessuno è stato formalmente incriminato. Nessuno è “wanted”. Il nostro lavoro dovrebbe portare a richiedere un’appropriata inchiesta criminale sugli attacchi terroristici dell’11/9, perché finora non c’è stata. La stiamo ancora aspettando. Noi speriamo che i nostri risultati saranno usati come una prova tecnica quando quel giorno verrà».

Niels Harrit, storia avvincente, grazie per essere intervenuto.

«È stato un piacere.»

Nuovi dettagli sulle esercitazioni antiterrorismo del 7 luglio 2005 a Londra

Power-Peterdi Steve Watson – Infowars.com

Con una nota di commento redazionale di Megachip.
Peter Power rivela il nome della società con cui lavorava la mattina degli attentati londinesi


Peter Power è l’uomo che sovrintendeva alle esercitazioni su attentati terroristici a Londra durante la mattina del 7 agosto 2005, proprio mentre era in corso un attacco vero. Dopo un silenzio lungo tre anni e mezzo Power, ex direttore del dipartimento Antiterrorismo di Scotland Yard, ha rivelato ulteriori dettagli del retroscena di quei fatti con una dichiarazione che ha fatto capolino nella sezione dei commenti di un blog. Il sito, in quel momento, stava commentando le affermazioni che lo stesso Power aveva rilasciato alla BBC una settimana prima.
Come abbiamo già scritto in precedenza, l’esperto nella gestione delle crisi ha rivelato che alcune aziende hanno sfruttato la blindatura di Londra (occorsa di mercoledì, a causa delle proteste contro il G20) per inscenare una esercitazione che aveva come oggetto una pandemia di influenza.
Quando il blog di Uncensored Magazine ha postato un articolo riguardo alle attività di Peter Power, lui stesso ha risposto con una lunga dichiarazione nella quale rivela che l’azienda per cui lavorava il 7 agosto era Reed Elsevier, il gigante londinese dell’informazione.
L’azienda è per lo più conosciuta per il suo database legale Lexis/Nexis, oltre che per possedere altre fonti di informazione: ad esempio, produce un gran numero di riviste scientifiche, compresi alcune delle più grandi e rispettate. La Reed è anche un celebre ospite di imponenti mostre o eventi. Tra le altre cose, possiede parte dell’ExCel Centre nella zona portuale di Londra, dove lo scorso weekend si è tenuto il G20.

Ecco la versione integrale della dichiarazione di Peter Power:

«Riguardo all’esercitazione del 7 luglio 2005, ed i paralleli con l’attentato di quel giorno, sono state dette una marea di sciocchezze. Da allora, ho provato ripetutamente a commentare personalmente sui numerosi siti internet che, sempre più infervorati dalle loro teorie del complotto, stanno evitando ogni dibattito razionale sull’argomento. Sembra che quanti sono pronti ad iscrivere ogni coincidenza in un’elaborata teoria cospiratoria non siano inclini al dialogo con chi vuole offrire una diversa prospettiva. Ciononostante, non ho ancora perso ogni speranza. Quindi spero, forse ingenuamente, che sia rimasto qualche lettore interessato a leggere un racconto onesto e fattuale dell’esercitazione che la mia azienda ha svolto quel giorno di tre anni fa.
Sfortunatamente, nel 2008 la BBC ha rinviato un programma televisivo (della sua serie sulle cospirazioni) che avrebbe dovuto far luce su questi eventi. Siccome il produttore esecutivo e il suo staff si sono dimostrati molto equi (molti teorici della cospirazione sono stati invitati a partecipare), già tre anni fa il nostro cliente ha acconsentito a citare il nome della sua azienda nel documentario. Abbiamo addirittura concesso alla BBC tutto il materiale relativo all’esercitazione in nostro possesso. Purtroppo, nel 2008 la messa in onda è stata bloccata, perché avrebbe potuto interferire con un processo in corso. L’emittente è stata costretta a rimandarla al 2009.
All’inizio del 2005, Reed Elsevier, un’azienda specializzata nel mondo della pubblicistica e dell’informazione, che impiega un migliaio di persone a Londra e dintorni, ci ha chiesto di aiutarli a preparare un piano di gestione crisi e di condurre un esercitazione che lo mettesse in atto. Abbiamo sviluppato una varietà di bozze per scenari differenti e, infine, abbiamo fissato la data dell’esercitazione: il 7 luglio alle 9:00.
L’esercitazione che abbiamo sviluppato consisteva in una serie di procedure che sei persone (il team di gestione della crisi) avrebbero dovuto mettere in atto. Abbiamo messo tutto su PowerPoint. La nostra sede, e location dell’esercitazione, era un ufficio vicino a Chancery Lane, proprio al centro di Londra. Siccome molti membri dello staff venivano a lavoro in metropolitana, abbiamo scelto di basare l’esercitazione su un attacco con esplosivi incendiari a tre vagoni della metro. Abbiamo usato come modello un vero attentato dell’IRA del ‘92 ed altri simili.
La metropolitana londinese è stata vittima di ben 18 attentati negli anni precedenti al 2005: sceglierla era una cosa logica, non chissà che precognizione. Se teniamo questo a mente, non ci stupisce constatare che la Deutsche Bank ha svolto un’esercitazione simile qualche giorno prima di noi e, ancora prima di questa, un’esercitazione interaziendale (e molto pubblicizzata) chiamata Osiris II ha simulato un attentato alla stazione Bank. Inoltre, nel 2004 ho partecipato a una puntata di BBC Panorama insieme a Michael Portillo, in cui abbiamo discusso di come Londra avrebbe potuto reagire a determinati attentati terroristici (che in questo caso erano fittizi, inscenati dalla BBC).
In breve, buona parte della ricerca su cui la nostra esercitazione si basava era già stata fatta. Lo scenario che abbiamo sviluppato per il nostro cliente iniziava con una serie di false notizie (prese dal sopraccitata trasmissione Panorama) e gli eventi in questione si sviluppavano solo sullo schermo, come in ogni altra esercitazione di questo tipo. Erano narrati da un facilitatore, senza elementi esterni o azioni che non accadessero nel nostro ufficio. Abbiamo incluso nel nostro scenario anche l’esplosione di una bomba nei pressi dell’ufficio del magazine «Jewish Chronicle»: i nostri terroristi immaginari erano coscienti che quello era il luogo in cui sarebbero transitati molti dei pendolari che si dirigevano al loro lavoro, dato che alcune delle stazioni della metro avrebbero dovuto chiudere. Delle otto stazioni metro che rientravano nell’area dell’esercitazione, ne abbiamo scelto tre. Proprio le tre che sono state colpite dagli eventi drammatici del 7 luglio 2005. È stata una conferma della validità del nostro scenario, anche se avremmo preferito farne a meno.
Non è inusuale che un’esercitazione si trasformi in una crisi reale. Per esempio, nel gennaio del 2003, trenta persone sono state ferite quando il deragliamento di una metropolitana ha scagliato i vagoni contro un muro. Contemporaneamente, la polizia londinese stava svolgendo un’esercitazione simile, che il reparto vittime dovette interrompere per andare ad occuparsi dell’evento reale.
Un numero sorprendente di persone non riesce ad accettare queste coincidenze come tali. Credono che debba esserci dietro una cospirazione. Rifiutano di accettare che, se si svolge un’indagine approfondita per sviluppare il proprio scenario, si otterrà un’esercitazione i cui contenuti sono altamente probabili. Comunque, l’unico motivo per cui ho acconsentito a parlare in TV quel giorno, quando c’era ancora molta confusione sull’attentato, era quello di incoraggiare altre organizzazioni a pianificare nuove esercitazioni. Sappiamo bene che la minaccia del terrorismo è, e rimane, reale. Una conseguenza di questo è che, senza meritarlo, l’Islam, una grande fede abramitica e monoteista (insieme all’Ebraismo ed il Cristianesimo), è divenuta oggetto di odio da parte di molta gente.»

Per ricapitolare: nel pomeriggio del 7 luglio 2005, Power ha rivelato a un intervistatore alla radio della BBC che la sua azienda stava svolgendo per un non meglio precisato gruppo di un migliaio di persone un’esercitazione incentrata sull’esplosione contemporanea di tre bombe in tre stazioni della metropolitana, nello stesso momento in cui l’attentato reale si è svolto.

Ed ecco la trascrizione dell’intervista radiofonica.

PETER POWER: «Alle otto e mezza di questa mattina stavamo conducendo un’esercitazione per un’azienda che conta oltre un migliaio di persone a Londra, nella quale prendevamo in considerazione un attentato identico a quello accaduto stamattina. Ho ancora i capelli dritti dalla paura.»

BBC: «Per capirci: stavate conducendo un’esercitazione per vedere come avremmo dovuto reagire ad un attentato che poi è successo realmente?»

POWER: «Proprio così. L’abbiamo programmato verso le nove, per un’azienda che ovviamente preferisco non menzionare, anche se so che ci stanno ascoltando e sanno tutto. Avevamo una stanza piena di esperti nella gestione delle crisi che si erano appena incontrati per la prima volta e così, in cinque minuti, ci siamo resi conto che quello che avevamo elaborato stava accadendo veramente. Abbiamo deciso rapidamente di mettere in atto tutte le misure necessarie per contenere la crisi.»

Una tale coincidenza è assolutamente incredibile e, per questo, alcuni ipotizzano che il piano di Power sia stato messo in atto in anticipo o usato da persone che già sapevano degli attentati prima che avessero luogo.

La stessa cosa è accaduta l’11 settembre, quando alcune esercitazioni incentrate su aerei dirottati si sono sovrapposte a dirottamenti reali. Alcuni pensano che le esercitazioni avrebbe potuto fungere da copertura per l’attentato, nel caso in cui i suoi responsabili fossero stati catturati.

Power ha alluso alla natura di queste simulazioni dopo il 7 luglio, nel tentativo di smorzare il significato di queste coincidenze.

Meno di una settimana dopo l’attentato, mentre Power ed i consulenti della sua azienda (la Visor) ricevevano valanghe di e-mail e domande sull’esercitazione, scaturite principalmente dai nostri articoli in merito, è stata rilasciata la seguente dichiarazione:

«Oltre a questo, non faremo altri commenti. Dato lo straordinario numero di messaggi che ci è arrivato da persone disinformate, non risponderemo a nessuno che non possa certificare una buona ragione per chiederci ulteriori dettagli (ad esempio giornalisti o accademici).»
L’eventuale coinvolgimento di Power nell’attentato è altamente improbabile: perché avrebbe annunciato l’esercitazione ad una radio nazionale poche ore dopo l’attentato? Ma la sua reazione alle domande riguardanti l’esercitazione hanno messo in luce un disagio nel trattare questi argomenti.

Traduzione per Megachip a cura Massimo Spiga.
Articolo originale: “Peter Power Reveals More Details of 7/7 Terrorist Bombing Drills“


Nel dicembre 2007, Power è stato avvicinato da un gruppo di membri del gruppo We Are Change. Con educazione, gli hanno spiegato chi fossero e cosa stavano facendo. Lui ha rifiutato di rispondere alle loro domande davanti ad una telecamera. Ha detto che non tollerava simili approcci.

Guarda il video:




Nota di Megachip:
Peter Power vuole dirci che le esercitazioni di simulazione sono un fatto routinario e che l’esercitazione del 7 luglio non usciva dall’ordinario, semplicemente ha ‘coinciso’ con gli attentati reali. Una bazzecola.
In realtà gli scenari definiti ‘walk through’ non hanno nulla di routinario. Nemmeno l’esercitazione di simulazione d’attentati della società di Power era affatto una coincidenza isolata.
Sia in occasione degli attentati londinesi, sia in corrispondenza degli attacchi dell’11 settembre 2001 negli USA erano in corso esercitazioni che riproducevano scenari molto vicini a quanto accadeva realmente.
Per giustificare l’impreparazione della Difesa americana di fronte agli attentati dell’11 settembre, i commentatori ben accreditati presso i mass media a larga diffusione e i governi, hanno parlato di eventi ‘imprevedibili’.
Ma ci sono altri fatti che, lungi dall’accreditare imprevedibilità, sembrano eccezionali precognizioni. Esercitazioni simili erano già state effettuate. Come si è potuto leggere su «USA Today», nei due anni che hanno preceduto gli attentati dell’11 settembre « il comando della difesa aerea della regione nordamericana [North American Aerospace Defense Command, NORAD, responsabile della difesa aerea di USA e Canada] ha condotto esercitazioni che simulavano quel che la Casa Bianca ha in seguito qualificato inimmaginabile[…]: l’utilizzazione di aerei dirottati come arma nel farli schiantare su degli obiettivi.» Esiste dunque l’ombrello di una routine che toglie aloni di sospetto alle azioni che vi si riparano. Chi prepara un attentato può includere le operazioni in tante azioni parcellizzate che si innestano nel quadro delle esercitazioni.
Un’ottima rappresentazione ricca di tabelle cronologiche e con un’interpretazione molto inquietante delle tante esercitazioni dell’11/9 è contenuta in un capitolo del libro “ZERO”. Il capitolo è stato scritto da Webster Griffin Tarpley e s’intitola “Anatomia di un Coup d’État”.
Un articolo apparso sul «New York Times» appena 20 giorni dopo i fatti di Londra riportava le conclusioni di molti esponenti della polizia e dell’intelligence, tese a escludere che i quattro presunti terroristi avessero pianificato di suicidarsi, perché invece furono «abbindolati fino a una trappola letale». Lo scenario che emerge in quest’ipotesi è che i supposti attentatori siano stati in qualche modo coinvolti in un’impresa che però non controllavano.
Nel programma Day Side del canale FOX News del 29 luglio 2005 l’esperto di terrorismo John Loftus, già procuratore al Dipartimento USA della Giustizia, spiegò che la presunta ‘mente’ degli attentati londinesi, Haroon Rashid Aswat, era una risorsa dell’intelligence britannica.
Sono scenari che - quando il dibattito era più libero e perciò capace di approssimarsi alla verità – sarebbero stati definiti da “Terrorismo di Stato” anche nei media mainstream.

06 aprile 2009

Scoperto materiale termitico attivo nella polvere proveniente dalla catastrofe dell’11/9

da 911blogger
tradotto su Megachip (QUI)


Active Thermitic Material Discovered in Dust from the 9/11 World Trade Center Catastrophe” by Niels H. Harrit, Jeffrey Farrer, Steven E. Jones, Kevin R. Ryan, Frank M. Legge, Daniel Farnsworth, Gregg Roberts, James R. Gourley and Bradley R. Larsen

Il documento si chiude con la seguente frase: «Sulla base di queste osservazioni, concludiamo che lo strato rosso dei frammenti rosso-grigi recuperati tra le polveri del WTC è un materiale termitico attivo, non ancora soggetto a reazioni, assemblato con tecniche nanotecnologiche, e rappresenta un materiale pirotecnico e/o esplosivo ad alto potenziale». A farla breve, il documento invalida la versione ufficiale secondo la quale “non esistono prove” sulla presenza di materiali esplosivi/pirotecnici negli edifici del WTC.

Cosa ci fanno delle grandi quantità di materiale esplosivo/pirotecnico ad alta tecnologia tra le polveri del WTC? Chi ha generato tonnellate di una tale roba, e perché? Perché gli investigatori governativi si sono rifiutati di cercare residui di esplosivo subito dopo i fatti del WTC?

Sono questi gli interrogativi essenziali sollevati da questo studio scientifico.

La revisione specialistica peer-reviewed è stata ardua, con pagine di commenti da parte dei revisori. Le laboriose questioni sollevate dai valutatori hanno portato a mesi di ulteriori esperimenti. Questi studi hanno aggiunto molti elementi al documento, comprese l’osservazione e le fotografie di sfere arricchite di ferro e alluminio prodotte allorché il materiale è stato acceso in un DSC (Calorimetro a Scanning Differenziale - si vedano le figure 20, 25 e 26).

I nove autori si sono impegnati in uno studio approfondito degli insoliti frammenti rosso-grigi ritrovati nella polvere generata dalla distruzione del World Trade Center l’11 settembre del 2001. L’articolo dichiara: «L’ossido di ferro e l’alluminio sono intimamente mescolati nel materiale rosso. Quando vengono bruciati in un apparecchio DSC, i frammenti rivelano la presenza di composti esotermici grandi ma stretti a partire da a una temperatura di circa 430° C, assai più bassa della normale temperatura di combustione relativa alla termite convenzionale. Si osservano chiaramente numerose sfere arricchite di ferro nei residui della combustione di tali particolari frammenti rosso-grigi. La porzione rossa di questi frammenti si scopre essere materiale termitico incombusto e altamente energetico».

Le immagini e le analisi statistiche meritano una solerte attenzione.

Alcune osservazioni sulla redazione di questo documento:

1) Il primo autore è il Professor Niels Harrit dell’Università di Copenaghen in Danimarca, professore associato di Chimica. È un esperto di nano-chimica; le sue attuali ricerche e la sua foto sono rinvenibili qui: http://cmm.nbi.ku.dk/

Strutture molecolari su scale cronologiche corte ed ultracorte

Un Centro della Fondazione per la Ricerca Nazionale Danese

Il Centro sui Movimenti Molecolari è stato inaugurato il 29 novembre 2005, presso l’Istituto Niels Bohr, all’Università di Copenaghen. La costituzione del Centro è stata resa possibile per via di un contributo di 5 anni erogato dalla Fondazione per la Ricerca Nazionale Danese (vedi per esempio http://www.dg.dk/). Puntiamo a ottenere “fotografie” in tempo reale di come gli atomi si muovono mentre hanno luogo i processi nelle molecole e nei materiali solidi, con l’uso di impulsi ultracorti di raggi laser e raggi X. Lo scopo è comprendere e alla volta influenzare, a livello atomico, le trasformazioni strutturali associate a tali processi.

Il Centro combina l’expertise assicurata dal Risø National Laboratory, dall’Università di Copenhagen e dall’Università Tecnica della Danimarca, nella ricerca strutturale della materia attraverso tecniche basate sul sincrotrone a raggi X, la spettroscopia laser al femtosecondo (ossia un milionesimo di miliardesimo di secondo, Ndt), lo studio teoretico dei processi al femtosecondo, e l’abilità di modellare materiali, nonché progettare sistemi a campione per condizioni sperimentali ottimali. Il nome del preside del College da cui proviene il prof. Herrit, Niels O Andersen, compare per primo nel Comitato consultivo Editoriale del Bentham Science Journal in cui il il paper è stato pubblicato.

2) Il secondo autore è il Dr. Jeffrey Farrer della Brigham Young University (BYU). http://www.physics.byu.edu/images/people/farrer.jpg.

3) Il Dottor Farrer è presentato in un articolo a pagina 11 della rivista BYU Frontiers (ediz. primavera 2005): «Dr Jeffrey Farrer, direttore del laboratorio TEM (microscopia elettronica a trasmissione). L’articolo rileva: “I microscopi elettronici nel laboratorio TEM fanno sì che alla BYU siano fornite competenze virtualmente uniche… in grado di rivaleggiare con qualsiasi cosa costruita nel mondo”. L’articolo è intitolato: “Eccezionali e potenti microscopi svelano i nano- segreti”, il che è certamente vero per quello concerne le scoperte del presente documento.

4) Va onorata la BYU per aver permesso ai dottori Farrer e Jones e allo studioso di fisica Daniel Farnsworth di fare la ricerca descritta nel paper e aver condotto revisioni interne del medesimo. Il dottor Farrer era all’inizio il primo autore del documento. Ma dopo la revisione interna del paper, gli amministratori della BYU gli hanno evidentemente proibito di firmarsi per primo su QUALSIASI paper relativo alle ricerche sull’11/9 (questa sembra essere la loro sanzione, ma forse chiariranno). Nondimeno, la pubblicazione del documento è stata approvata con l’inserimento in lista del nome e dell’affiliazione del dottor Farrer, e perciò noi ci congratuliamo con la sua università. Siamo dalla parte del dottor Farrer ed elogiamo l’attenta ricerca scientifica rappresentata da questo documento.

5) Forse ora ci sarà finalmente una revisione sui DATI SCIENTIFICI esplorati dai professori Harrit e Jones, nonché dai dottori Farrer e Legge e i loro colleghi, come ripetutamente richiesto da questi scienziati. Noi sfidiamo QUALUNQUE università o gruppo di laboratorio a produrre una tale revisione critica. Questo paper sarà un ottimo punto di partenza, insieme ad altri due documenti, sempre revisionati alla pari, pubblicati su giornali autorevoli e che ricomprendono molti degli stessi autori:

Fourteen Points of Agreement with Official Government Reports on the
World Trade Center Destruction
” (“Quattordici punti di accordo con i rapporti governativi ufficiali
sulla Distruzione del World Trade Center
”, Ndt).

Autori: Steven E. Jones, Frank M. Legge, Kevin R. Ryan, Anthony F. Szamboti, James R. Gourley«The Open Civil Engineering Journal», pp.35-40, Vol 2 – (http://www.bentham-open.org/pages/content.php?TOCIEJ/2008/). “Environmental anomalies at the World Trade Center: evidence for energetic
materials” (Anomalie ambientali al WTC: prove di materiali energetici, Ndt).

Autori: Kevin R. Ryan, James R. Gourley, and Steven E. Jones, «The
Environmentalist», Agosto 2008 (http://dx.doi.org/10.1007/s10669-008-9182-4).

6) James Hoffman ha scritto tre saggi che illustrano ulteriormente le implicazioni e i risultati del paper. Grazie, Jim, per questo lavoro! (http://911research.wtc7.net/essays/thermite/index.html).

7) Importanti aspetti della ricerca sono stati confermati in modo indipendente da Mark Basile nel New Hampshire e dal fisico Frederic Henry-Couannier in Francia, a partire dai primi rapporti scientifici su queste scoperte (ad esempio, quelli del prof. Jones in un discorso in un seminario del Dipartimento di Fisica della Utah Valley University, pronunciato l’anno scorso). Riteniamo che presto arriveranno ulteriori dettagli da parte di questi ricercatori indipendenti.

Ora non vi resta che leggere voi stessi il documento e fare sentire la vostra voce su queste scoperte!http://www.bentham.org/open/tocpj/openaccess2.htm, poi cliccate su “Active Thermitic Materials Discovered…”

Il link diretto è il seguente: http://www.bentham-open.org/pages/content.php?TOCPJ/2009


Fonte: 911Blogger

Traduzione di Pino Cabras per Megachip

05 aprile 2009

Quelli che odiano il giornalismo d’inchiesta

di Pino Cabras - da «Megachip»
con VIDEO di Seymour Hersh in fondo all'articolo

Ai neocon italiani proprio non va giù che il Festival del giornalismo di Perugia, il 4 aprile 2009, abbia celebrato un grande giornalista investigativo americano, Seymour Hersh, vincitore del premio Pulitzer. Nella migliore tradizione dei neocon, hanno deciso di muovergli una guerra preventiva, il 3 aprile, con un articolo di Christian Rocca su «Il Foglio».

L’impresa si presenta subito di un’improbabilità tartarinesca. Il giornalista statunitense viene presentato come un ballista che ha alternato a una vita di bufale un paio di colpi di fortuna che solo per puro accidente sarebbero diventati tra i più importanti scoop della storia del giornalismo. Insomma, un incrocio fra Paperoga e Gastone.

A questo punto, il metodo neocon d’importazione si contamina con le consuetudini domestiche del «Foglio» e ormai del giornalismo italiano tutto: è il potente che mette sotto scrutinio i giornalisti, non viceversa. Il controscoop di Rocca consiste infatti nel raccogliere le geremiadi dei potenti danneggiati dalle inchieste di Hersh e prenderle come oro colato. Se c’è chi si beve un Mangano eroe, si berrà anche un Kissinger cristallino.

Il rovesciamento arriva sino a rimproverare Hersh di essere troppo disinvolto se non bugiardo nel maneggiare le sue fonti coperte. E gli rinfaccia anche di lanciare allarmi ormai da troppi anni su un’imminente guerra all’Iran che puntualmente non accade.

Questo è un punto interessante. Le case di Teheran sono ancora in piedi, ma questo non significa affatto, come vorrebbe far intendere Rocca, che il pericolo non ci sia mai stato e non sia tuttora concreto. Possiamo dire invece che qualcuno, per fortuna di noi tutti, e con mezzi irrituali, sia riuscito a fermare per un po’ la guerra. Quando il 2 dicembre 2007 il NIE (National Intelligence Estimate) - un rapporto d’intelligence ufficiale - assicurava a chiare lettere che «l’Iran ha interrotto il suo programma di armi nucleari dal 2003», un pezzo fondamentale degli apparati USA screditava apertamente le martellanti affermazioni contrarie di Bush, Cheney, dei neocon e del governo israeliano. Segno che si voleva dare uno stop alla voglia di incendiare anche l’Iran. L’ex ambasciatore statunitense all’Onu, John Bolton, si lamentò con un acuto strido di falco, incolpando quel rapporto di affondare gli sforzi fin lì prodotti, per lui già insufficienti. Per Bolton, la comunità d’intelligence, anziché limitarsi all’analisi, «si stava impegnando nella formulazione della direzione politica; e troppi nel Congresso e nei media ne sono felici».

Quel che non vogliono raccontare sul «Foglio» (e nemmeno altrove, se è per questo) è un fatto a suo modo semplice: sussiste un contrasto interno asperrimo fra due forze dell’élite statunitense circa il modo di usare la forza militare. Rocca ad esempio non ha mai raccontato nulla del timore di un «atto terroristico negli Stati Uniti che sarà attribuito all’Iran» manifestato nel febbraio 2007 addirittura da un ideologo imperiale del calibro di Brzezinski durante un’audizione alla Commissione esteri del Senato USA. Non era notizia da far cadere così. Un pezzo grosso dell’establishment denunciava la possibilità di un pretesto creato sotto falsa bandiera per provocare una guerra.

Una parte dei poteri forti statunitensi a un certo punto ne aveva abbastanza delle fosche minacce all’Iran, si è preoccupata delle affermazioni sfuggite a Bush sulla prossimità di una «terza guerra mondiale» e di tanti altri atti e gesti che disturbavano la quiete mondiale mentre facevano divampare ovunque una forte opposizione all’americanismo. Anche nell’Era Obama, nonostante le aperture rispetto alla precedente amministrazione, il potere di condizionamento di chi quella guerra la vuole fare è comunque molto forte, e i segnali sono numerosi. Per chi vuole approfondire, c’è molto da fare, molto da ricercare.

Mentre Rocca taceva, Hersh raccontava, e lasciava tutto a Rocca lo scomodo ruolo di chi prende tragiche cantonate, come ha fatto con il suo libro "Esportare l'America - La rivoluzione democratica dei neoconservatori" (Libri del Foglio, 2003), un pezzo di modernariato che tengo vicino al caminetto, da sfogliare e leggere a voce alta per potenziare il buonumore nelle serate fra amici, quando si vuole ridere della benzina ideologica che ha alimentato le catastrofi dell’Era Bush. Esportare l’America, ragazzi…

Persino il marito dell’editrice del «Foglio», al recente G20, ha deplorato la principale voce export dell’America: la Crisi.

Vorrei tanto provare a prendere sul serio la “livida lectio” di giornalismo che Rocca vorrebbe dedicare a Hersh, ma quando squadro il panorama di rovine su cui si rizzano le sue enfasi, le piccinerie, le manipolazioni, le irrisioni, i rovesciamenti della realtà, ebbene, non ce la faccio proprio. Il paesaggio di macerie dice tutto. Ci vorrebbe uno di quei cameramen che dopo un terremoto inquadrano sempre una bambolina pateticamente integra, derelitta fra i detriti, una di quelle bamboline parlanti. La bambolina Rocca parlerà ancora: «Sono sempre la più bella, Cheney». Zoomata sulla desolazione.

E fin qui niente di nuovo. È da un po’ che la Grande Crisi svela le miserie del potere criminale di questi anni e gli anacronismi di chi lo difende ancora. La novità è che a un certo punto l’articolo conia un neologismo. Rocca dice infatti del giornalismo di Hersh: «Ovviamente si tratta di pura dietrologia, di iperbolica teoria del complotto, di giuliettochiesismo all’ennesima potenza.» Non so cosa voglia dire “giuliettochiesismo” (alla fine suona come un involontario complimento). Di certo per definire il giornalismo di Rocca non userei il termine “christianrocchismo”. “Maggiordomismo”, c’est plus facile. Purché ci figuriamo, di fronte alla disfatta morale dei neocon, dei maggiordomi che stanno ancora al servizio di un nobile losco e crepuscolare, pur sempre prepotente, ma avviato a un’inesorabile decadenza.


Bush. l'attacco alla Costituzione Americana, la complicità dei media
di Seymour Hersh - The New Yorker


Perugia, 4 aprile 2009, Il video del Festival Internazionale del Giornalismo: